In occasione della 22ª Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI, il Museo Luigi Di Sarro apre straordinariamente al pubblico, sabato 10 ottobre 2026, trasformando per un’intera giornata i propri spazi in un luogo di incontro, ascolto e sperimentazione, dalle h. 11,00-20,00. Visite guidate dagli studenti e dalle studentesse dell’Università di Tor Vergata, in vari orari dalle h. 15,00 in poi.
Nato all’interno del Centro di Documentazione della Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro, attivo a Roma dal 1981, il Museo conserva e rende accessibile il patrimonio dell’artista Luigi Di Sarro, affiancando alla collezione permanente la possibilità di ospitare progetti, mostre ed eventi in dialogo con la ricerca contemporanea. Il Centro, fondato dalla famiglia dell’artista e che proprio in ottobre 2026 compie 45 anni, ha sviluppato un’attività dedicata alla promozione della ricerca artistica, alla formazione e al confronto tra linguaggi e generazioni.
Focus della giornata del 10 ottobre sarà proprio il tema della fruizione dell’arte e della relazione con il pubblico.
Durante l’anno accademico 2025-26 presso il Museo Di Sarro si è svolto il Laboratorio di arti contemporanee, museologia, didattica e curatela, coordinato dalla professoressa Carlotta Sylos Calò e condotto dalla dottoressa Barbara D’Ambrosio, per gli studenti dell’Università di Roma Tor Vergata, nell’ambito del corso di Storia dell’Arte Contemporanea della Facoltà di Lettere e Filosofia. Gli studenti e le studentesse del Laboratorio presenteranno in occasione della GdC il lavoro sviluppato nei mesi precedenti a partire da una riflessione sui temi dell’accessibilità e della mediazione, mettendo in relazione l’opera di Luigi Di Sarro con gli spazi e il patrimonio del Centro a lui intitolato.
Il risultato del laboratorio non sarà una semplice esposizione, ma una vera e propria esperienza di visita partecipata: saranno gli stessi studenti e studentesse ad accogliere il pubblico e a guidarlo attraverso il Museo, proponendo differenti modalità di avvicinamento alle opere, alla figura di Di Sarro e agli spazi che ne custodiscono la memoria.
Per un giorno, dunque, il ruolo della mediazione passa direttamente nelle mani di una nuova generazione ricercatori e futuri operatori della cultura. La visita diventa così uno strumento per interrogarsi non soltanto su come guardiamo un’opera, ma anche su chi può accedere all’esperienza dell’arte, attraverso quali strumenti e con quali possibilità di partecipazione.
Una giornata che rinnova, nel presente, una delle vocazioni originarie del Centro Luigi Di Sarro: fare dello spazio dedicato all’arte contemporanea un luogo aperto alla ricerca, alla formazione, al confronto e alla costruzione di nuove forme di relazione con il pubblico.
ARP-Art Residency Project, è un progetto ideato e promosso dal Centro Di Sarro realizzato con il contributo del MAECI, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Giunto alla sua 12° Edizione invita giovani artisti a confrontarsi con il presente attraverso pratiche che intrecciano arte, cura, tecnologia, ecologia e accessibilità.
In un tempo segnato da conflitti, crisi climatiche e trasformazioni tecnologiche radicali, l’arte diventa spazio di ascolto, relazione, partecipazione, riparazione e resistenza.
Il progetto riflette anche sulle nuove sovranità culturali generate dall’intelligenza artificiale: chi produce conoscenza, chi controlla i dati, chi resta escluso dagli algoritmi. In risposta, emerge una dimensione resiliente che restituisce valore alla materia, al gesto manuale e all’imperfezione, intesi come forme di resistenza al dominio digitale.
ARP guarda inoltre a una geopolitica dell’inclusione, favorendo narrazioni decentrate e prospettive “minori” che mettono in discussione i canoni dominanti, non solo attraverso l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma anche mediante la rimozione di ostacoli culturali, economici e linguistici che rendono l’arte, sempre più spesso, un sistema elitario e poco accessibile.
Riparare il presente, immaginare il possibile
Che cosa significa essere contemporanei?
È questa la domanda da cui prende avvio HIC ET NUNC n.5 – Riparare il presente, immaginare il possibile, il workshop che costituisce il cuore formativo di ARP – Art Residency Project, il programma di scambi culturali e formativi nelle arti visive ideato e promosso dal Centro di Documentazione della Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro, con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), arrivato alla sua 12ª edizione.
Dal 21 al 30 settembre, i sei giovani artisti si incontreranno a Roma per una settimana di ricerca, confronto e sperimentazione. Il progetto proseguirà poi a Napoli, il 2 e 3 ottobre, dove il percorso confluirà in un laboratorio curatoriale e in una seconda occasione pubblica.
Il titolo HIC ET NUNC, “qui e ora”, non indica semplicemente l’attualità. Il contemporaneo viene inteso come una posizione critica: la capacità di osservare il proprio tempo, riconoscerne contraddizioni e trasformazioni e mettere in discussione le categorie attraverso cui interpretiamo il presente.
In questa prospettiva, riparare non significa ricostruire un ordine precedente, ma attivare nuove connessioni tra ciò che è stato separato: corpi e spazi, memoria e presente, tecnologia e responsabilità, accesso e partecipazione. Immaginare il possibile significa invece mantenere aperto il campo delle possibilità, riconoscendo nell’arte uno spazio nel quale ciò che esiste può essere osservato, interrogato e temporaneamente riscritto.
Sei artisti, sei modi di guardare il presente
I protagonisti della residenza sono Quentin Bouard, Carmen Buonanno, Clélia Guy Blanco, Henry Kiyingi, Julia Strohmeier e Angela Vareschi, sei artisti con formazioni e pratiche differenti, provenienti da Francia, Germania Uganda e Italia, accomunati dalla capacità di attraversare linguaggi e questioni del presente senza ricondurli a una lettura univoca.
Quentin Bouard, dopo una formazione in filosofia, lavora tra performance, installazione e video. La sua ricerca prende in esame le condizioni materiali e precarie della vita quotidiana e della produzione artistica, interrogando equilibrio, interdipendenza e possibilità di condividere ciò che Rancière definisce il “sensibile”.
Carmen Buonanno, artista visivə e ricercatorə basatə a Napoli, lavora tra installazione, testo, tessile, performance e pratiche site-specific. La sua ricerca attraversa linguaggio, identità, percezione e corpo, con particolare attenzione alle esperienze neurodivergenti e alle forme alternative di comunicazione.
Clélia Guy Blanco, artista franco-spagnola residente a Parigi, opera tra scultura, abito, tessitura ed editoria. Il contatto e la possibilità di essere toccati costituiscono un filo conduttore della sua pratica, insieme all’esplorazione delle dimensioni terapeutiche e sensoriali del tessile e del peso.
Henry Kiyingi, artista multidisciplinare di Kampala, lavora tra pittura, tessuti, scultura e materiali riciclati. La sua ricerca mette in relazione memoria, cultura e tempo, utilizzando anche la bark cloth tradizionale e materiali contemporanei per interrogare identità, lavoro, patrimonio e sostenibilità.
Julia Strohmeier, tedesca, attraversa arti visive, studi culturali e ricerca sui temi della migrazione e dell’educazione. Il suo interesse per le persone, i processi di pensiero e l’autoriflessione si traduce in pratiche che cercano di attivare curiosità, partecipazione e discussione.
Angela Vareschi, italiana residente a Berlino, lavora sui temi dell’identità, della sessualità e del sogno attraverso maschere, marionette e pupazzi, che prendono vita attraverso l’azione performativa. Negli ultimi anni ha sviluppato progetti partecipativi in cui il sogno diventa uno spazio condiviso di immaginazione, resistenza e connessione.
Sei percorsi diversi che, nel confronto, costruiscono una domanda collettiva sul modo in cui oggi abitiamo il corpo, lo spazio, la memoria e le relazioni.
Un laboratorio attraverso le discipline
Attorno agli artisti, il workshop costruisce una vera e propria mappa di saperi.
Il programma dei talk attraversa la storia dell’arte, le neuroscienze, l’intelligenza artificiale, l’accessibilità, le politiche culturali, il patrimonio e la site-specificity, coinvolgendo studiosi e professionisti provenienti da ambiti differenti.
Ad aprire il percorso sarà Simone Ciglia, storico dell’arte, critico e curatore e docente alla University of Oregon, con una riflessione sulle modalità con cui i musei internazionali costruiscono e modificano le narrazioni dell’arte contemporanea, ragionando su una nuova narrativa decentrata.
La prospettiva si sposterà quindi dalla storia alla percezione con Mirella Manfredi, Assistant Professor presso l’Università di Zurigo e coordinatrice del Neurodiversity & Cognition Lab, che introdurrà una prospettiva neurocognitiva sull’esperienza dell’arte.
Paolo De Gasperis, storico dell’arte, docente e Direttore scientifico del Digital Department del Museo dei Bambini di Roma, affronterà il rapporto tra artisti, reti neurali e intelligenza artificiale, portando nel workshop questioni di autorialità, dati, bias algoritmici e utilizzo dell’AI.
Il tema dell’accessibilità come pratica estetica, didattica e di ricerca sarà affrontato da Barbara D’Ambrosio, storica dell’arte e PhD presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, mentre Matteo Piccioni, storico dell’arte e funzionario del Ministero della Cultura, approfondirà il rapporto tra creatività, progetti culturali, istituzioni e sostegno pubblico alla produzione artistica.
Il patrimonio storico e archeologico diventerà quindi terreno di sperimentazione con Giulia Bordi, storica dell’arte e docente presso l’Università Roma Tre, attraverso la presentazione del lavoro fatto con il video mapping presso Santa Maria Antiqua, nel Parco Archeologico del Colosseo.
A Napoli, infine, Alessandra Troncone, storica dell’arte, curatrice, ricercatrice e docente presso l’Accademia di Belle Arti partenopea, condurrà un talk e laboratorio curatoriale dedicato alla site-specificity e alla possibilità di reimmaginazione del passato.
I sette incontri seguono così un percorso che dalla costruzione delle narrazioni arriva alla percezione, dalla tecnologia ai corpi, dall’accessibilità alle infrastrutture culturali, dal patrimonio alla memoria dei luoghi.
Non una serie di lezioni separate, ma un dispositivo di confronto attraverso il quale gli artisti possono mettere in relazione le proprie pratiche con saperi e prospettive differenti.
Due città, due momenti di restituzione
La ricerca sviluppata durante il workshop confluirà in due appuntamenti pubblici di restituzione, secondo la filosofia di ARP – PACK & GO, che considera la mobilità di artisti, opere e idee come parte integrante del processo.
ROMA
30 settembre 2026 · ore 17.00–20.00 Centro Luigi Di Sarro Via Paolo Emilio 28, Roma Ingresso libero
Il primo appuntamento presenta a Roma gli esiti del percorso sviluppato dagli artisti durante la residenza e il workshop, infiltrandosi nelle sale dedicate al Museo Luigi Di Sarro e trasformando il Centro Di Sarro in uno spazio di incontro tra pratiche, materiali, riflessioni e processi.
NAPOLI
3 ottobre 2026 · ore 11.00 WHITESPACES Projects/Napoli Ingresso libero
Il progetto prosegue a Napoli, dove il passaggio da una città all’altra diventa parte del dispositivo progettuale: le opere e le pratiche non vengono semplicemente trasferite, ma riattivate attraverso un nuovo contesto.
La mobilità diventa così una forma di lettura. Cambiare luogo significa cambiare prospettiva, relazione e possibilità di interpretazione.
HIC ET NUNC: il presente come campo di ricerca
Con HIC ET NUNC n.5, ARP continua la propria ricerca sul significato del contemporaneo, mettendo giovani artisti internazionali in relazione con studiosi, curatori, istituzioni e luoghi della cultura. Il workshop assume il presente non come una superficie da rappresentare, ma come un territorio complesso da attraversare.
Arte, cura, tecnologia, accessibilità, memoria, istituzioni e spazio diventano altrettanti punti di ingresso in una ricerca che non cerca una risposta definitiva alla domanda “che cosa è contemporaneo?”, ma costruisce le condizioni per poterla porre nuovamente.
Perché forse riparare il presente significa, prima di tutto, imparare a guardarlo da più punti di vista. E immaginare il possibile significa lasciare che questi punti di vista entrino in relazione.
Il Centro Luigi Di Sarro presenta il progetto “POZI” degli studenti del Corso di Architettura e Design dell’Università di Cape Town (UCT), che arriva a Roma grazie alla collaborazione con l’Ambasciata del Sudafrica.
In mostra le visionarie opere degli artisti che hanno partecipato al progetto, ideato e condotto dall’artista sudafricano Giggs Kgole.
Il progetto, accompagnato da Kgole in persona, dimostra non solo l’abilità di questi architetti in erba, ma stimola per di più la loro capacità di impegnarsi in contesti globali ed espressioni artistiche.
La collaborazione con Giggs Kgole, attivo su piano internazionale, “simboleggia il ponte tra talento locale e opportunità globali”, come scrive la professoressa Buhle Mathole “gli studenti hanno esplorato e interpretato l’essenza del mondo artistico di Kgole, elaborando ambienti che sono più che semplici spazi di lavoro: sono riflessioni di sinergia creativa e dialoghi culturali.”
Anna Maria Antoinette D’Addario Deep in Their Roots, All Flowers Keep the Light, a cura di Simone Azzoni e Francesca Marra.
Giordana Citti/Annalaura Tamburrini Anima Naturae, a cura diMarco Rapaccini.
Vernissage: sabato 4 maggio 2024 ore 18.30
L’uomo e l’ambiente sono parte di un ecosistema in cui convivono fragilità, temporalità e persistenza, lentezza, sedimentazione. I due progetti che il Centro Luigi Di Sarro espone tracciano la linea di questo dialogo sulla memoria effimera del rapporto uomo-natura.
Deep in Their Roots, All Flowers Keep the Light di Anna Maria Antoinette D’Addario, artista italo-australiana, con le sue grandi fotografie rilegge il paesaggio a partire dalla perdita, dall’assenza di chi lo ha abitato.
Cosa resta del paesaggio quando non ci sono più le persone che lo hanno amato, vissuto, abitato? Impotenza e assenza non metabolizzano il luogo in veduta, lo spazio in landscape. La rappresentazione che tenta di ricucire il trauma della perdita, non può essere uno strato di memoria che si sovrapponga ad altri, uno strappo nel tessuto visivo da ricucire con una pezza del presente. “I miei spazi sono fragili: il tempo li consumerà, li distruggerà: niente somiglierà più a quel che era” scriveva Georges Perec. Se la memoria può cancellare, il trauma può invece sostenere lo sguardo sulle tracce di ciò che era. I ricordi reinventano, narrano, tradiscono, il trauma invece fissa. La “rottura” squarcia il velo del paesaggio, non lo rattoppa. Lo strappo violento della perdita non può che lacerare la rappresentazione – anche del paesaggio consueto – e aprire il varco della meraviglia.
Anima Naturae di Giordana Citti/Annalaura Tamburrini, la cui collaborazione nasce nel contesto Officine Fotografiche a Roma, è un lavoro che “mira a delineare il contrasto tra l’anima effimera dell’uomo e l’anima eterna della natura”. Una “riflessione visiva, in cui si invita a contemplare la dualità di fragilità e forza, transitorietà e persistenza, generando una consapevolezza profonda sulle complesse relazioni tra l’uomo e il resto del vivente”. Ogni dittico combina un ritratto lapideo consumato dall’azione del tempo, delle muffe e dal costante logorio degli agenti atmosferici, con un’incontaminata fotografia naturalistica. Anima Naturae emerge come un ponte concettuale che è terreno di contaminazione tra la finitezza umana e l’infinita vitalità della natura, mostrando come, nonostante gli sforzi egoistici, l’uomo inevitabilmente soccomba alla potenza inarrestabile dell’altra, suggerendo una riflessione sulla sostenibilità delle nostre interazioni con il pianeta.
La mostra è organizzata dal Centro Luigi Di Sarro con Grenze – Arsenali Fotografici (Verona) e Officine Fotografiche (Roma).
Anna Maria Antoinette D’Addario è una fotografa italo-australiana artista, scrittrice e book maker. Il suo lavoro si concentra sulla resurrezione della memoria e le nostre emozioni che ci connettono ai luoghi. Ha pubblicato due artist’s books: Farewell Angelina (2018) e il photobook Deep in Their Roots, All Flowers Keep the Light (ceiba Editions 2019). Ha conseguito una specializzazione nelle belle arti, MFA presso il Sydney College of the Arts, e al momento è impegnata in un dottorato, PhD alla Monash University di Melbourne.
Giordana Citti (Roma, 1993) si occupa di camera oscura dal 2012, formandosi con la docente Samantha Marenzi. Dopo una laurea in “Storia e conservazione del patrimonio artistico e archeologico”, decide di dedicarsi a tempo pieno alla fotografia dapprima come e con stage professionale nel laboratorio romano Digid’a Art Prints di Davide Di Gianni. Attualmente è docente dei corsi di camera oscura di Officine Fotografiche, frequenta la facoltà di “Conservazione e restauro dei beni culturali”, relativa al restauro del materiale librario e fotografico, presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e lavora nell’archivio fotografico della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Nel 2021 è tra i dieci artisti selezionati per prendere parte alla photography masterclass Contatto dell’Istituto Luce Cinecittà e TWM Factory. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive negli ultimi anni.
Annalaura Tamburrini (Fasano, 1994) si forma come fotografa presso Officine Fotografiche nel periodo 2015/2019, concentrandosi sull’approfondimento delle pratiche di camera oscura, stampa in bianco e nero e tecniche antiche di stampa sotto la guida di Samantha Marenzi. Durante questo percorso ha l’opportunità di mostrare e curare vari progetti fotografici nell’ambito della scena indipendente locale e di esporre in varie personali e collettive. Nell’agosto 2019 cura la mostra collettiva internazionale GeneraHumana presso la Torre Civica di Cisternino. Dal 2020, trasferitasi a Torino, collabora con l’associazione culturale Mostro Collettivo. Dal 2023 è rappresentata dalla galleria Raw Messina di Roma e collabora attivamente con Gabriele Stabile.
Il 9 dicembre 2022 si è svolto il secondo evento di promozione dei lavori selezionati per la terza edizione dei VIDEO ART AWARDS. Seconda occasione di incontro per le due vincitrici Liza Grobler e Giulia Savorani e di promozione per gli altri 8 finalisti del premio dedicato alla video arte realizzato dal Centro Di Sarro con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria e del Consolato generale d’Italia a Johannesburg in Sudafrica e del Festival Grenze di Verona, in Italia.
Per Giulia Savorani è stata l’occasione di scoprire la vivace scena artistica di Johannesburg, per una settimana dopo l’evento di proiezione ha infatti, grazie al premio, potuto visitare musei, centri di ricerca, studi di artisti e gallerie oltreché luoghi storici e tradizionali del paese di Nelson Mandela scoprendone così anche la storia e l’attualità.
Come raccontare due luoghi lontani dopo averne fatto un’intensa esperienza? Quali forme possono assumere? Cosa in loro può essere considerato pieno? Cosa, invece, vuoto? E come queste entità agli antipodi possono dialogare tra di loro?
Queste sono alcune delle domande che ruotano attorno a Le pieghe del vuoto, la mostra di Giulia Fumagalli (Carate Brianza – MI, 1990) in dialogo con Aran Ndimurwanko (Trento, 1991) che dal 19 novembre al 23 dicembre 2022 inaugura presso il Centro Luigi Di Sarro a Roma. Testo critico di Alice Vangelisti.
Si tratta di una selezione eterogenea di lavori frutto della doppia residenza di cui i due artisti hanno fatto esperienza durante la primavera, prima in Cile e poi a Panama. Il risultato è così la loro visione personale e artistica di questi due luoghi, geograficamente vicini, ma completamente agli antipodi. Da un lato, il paesaggio cileno, visivamente aperto per via dell’immensa distesa desertica, che seppur vuota è in grado di innescare continue connessioni. Dall’altro quello panamense, visivamente chiuso per la presenza della giungla impenetrabile, che riempie gli occhi e la mente, sovrappopolandoli di immagini.
Due esperienze completamente opposte, che attivano vicendevolmente sensazioni di pieno e di vuoto, contrapponendoli ma allo stesso tempo facendoli diventare anche uno la conseguenza dell’altro. Così, concentrandosi sulle caratteristiche estrinseche e intrinseche di questi due luoghi, Fumagalli e Ndimurwanko ne danno una loro lettura. Se Fumagalli indaga due elementi naturali – acqua e aria – che si materializzano in installazioni leggere e poetiche in grado di evocare la loro presenza, Ndimurwanko plasma la terra, dando vita a dei lavori carichi di quotidiana ritualità.
La mostra fa parte del progetto CL/PA – the travel di Giulia Fumagalli, realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (X edizione, 2021), programma di promozione internazionale dell’arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
L’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado presentaLuigi Di Sarro. Teatro in forma di fotografia, una mostra dedicata a Luigi Di Sarro, artista attivo negli anni Sessanta e Settanta, periodo oggi all’attenzione della critica per le spinte innovative portate nell’arte contemporanea. La mostra, organizzata in occasione del quarantennale della morte dell’artista in collaborazione con il Centro di Documentazione della Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro, è curata dal Prof. Lorenzo Mango dell’Università di Napoli “L’Orientale” e sarà inaugurata presso l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado il 3 ottobre 2019 alle 18.30, dove rimarrà aperta fino al 22 ottobre.
IIC Belgrado partecipa con questo evento alla Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI che nelle ultime edizioni, con la collaborazione avviata dal Mibac con il Maeci, vede coinvolti anche Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura all’estero nell’organizzazione di eventi per la valorizzazione dell’arte e della cultura italiana contemporanea.
L’inaugurazione sarà preceduta dalla presentazione del libro di Carla CucchiarelliQuella notte a Roma, una biografia dell’artista prematuramente scomparso, a soli trentasette anni nel 1979, ucciso per un fatale equivoco nel clima teso degli anni di piombo.
Il progetto di promozione internazionale legato al quarantennale, si ispira ad un’intuizione dello stesso Di Sarro che in un disegno a penna aveva indicato le mete sul globo terrestre “Roma, New York, Tokyo e… chissà dove”, è stato promosso e realizzato in numerose sedi all’estero e dopo la tappa belgradese proseguirà per altre esposizioni nel mondo.
Dopo essere passata per Stoccarda la mostra LUIGI DI SARRO.Il corpo vivo della pittura, curata da Paola Ballesi, inaugura il 7 giugno 2018 negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura a Colonia. L’esposizione prosegue il circuito di eventi che celebrano il 40ennale della scomparsa di Luigi Di Sarro.
“La creatività di Di Sarro investiga diversi ambiti artistici e scientifici, quali sono la pittura, la filosofia, la poesia, la matematica, la tecnologia, delle quali lo interessavano più gli aspetti della processualità rispetto a quelli legati alla rappresentatività. La sua modalità di approccio è piuttosto analitica. Constatiamo che tale diversità di interessi sia il risultato della sua grande curiosità e del desiderio di approfondimento dei temi di cui si occupava. Nel ciclo delle gouaches del 1964 ripete il motivo del quadrato, e nei quadri parzialmente realizzati con il procedimento del “dripping”, in cui spruzza la tela con il colore, mostra due diverse procedure, due principi opposti: la ripetitività e l’espressività. Nei suoi dipinti ad olio e acrilico invece sperimenta e gioca con la tridimensionalità sulla superficie. Oggi le sue opere offrono una ricchezza e un significato stratificato, che nel percorso del tempo non hanno perso nulla della loro potenzialità artistica”, scrive Maria Mazza, Direttore di IIC Colonia nell’introduzione al catalogo della mostra che contiene oltre ad una nota della curatrice anche un’ampia antologia critica.
Esposte 38 opere di pittura realizzate da Di Sarro tra gli anni 60 e 70 con varie tecniche dalla gouache all’acrilico che “declinano la fenomenologia del segno nato dal gesto del corpo” – come spiega Paola Ballesi – “Con la ‘grafia’ del corpo, intesa nelle sue varianti, che spaziano dalla presenza fisica del pittore sulla tela attraverso il segno unico e continuo, alla ‘figurazione’ del corpo sentita come mappa di energia, Di Sarro sottrae la creazione ad ogni stilizzazione formale. Da medico-artista o, forse avrebbe preferito, da artista-medico, fa sì che la lingua dell’arte diventi un corpo vivo che agisce e reagisce a contatto con stimoli ogni volta nuovi e ogni volta diversi.
Prosegue il circuito di mostre in occasione della ricorrenza del 40° anno dalla morte di Luigi Di Sarro, una serie di eventi in Italia e all’estero, allo scopo di diffondere e approfondire una multiforme produzione artistica ancora oggi reputata di grande attualità.
L’omaggio a Luigi Di Sarro, artista attivo negli anni Sessanta e Settanta – periodo oggi all’attenzione della critica per le spinte innovative portate nell’arte contemporanea -, vuole evidenziare la sua forte vocazione sperimentale. Un atteggiamento e una necessità da parte dell’artista che procedeva sperimentando in tutti i campi e in tutte le tecniche espressive con le quali ha lavorato (oltre alla fotografia la pittura, il disegno, la scultura e la grafica). Scrive così Italo Zannier in un saggio sulla ricerca fotografica di Di Sarro: […] ma che cosa è la sperimentazione se non il risultato avviato da un’idea ? Lo sono anche le fotodinamiche imprecise di Bragaglia come le strobofotografie, le luminografie, le cronofotografie, le sequenze “corporali” di Luigi Di Sarro. Queste immagini sono innanzitutto risultati, non “prove”, come si vorrebbero le “sperimentazioni”. La sperimentazione è infatti implicita nel fare e non si sa dove conduce e quando si completerà, se terminerà; e guai, comunque, se si dovesse concludere, perché ogni sua fase è già un risultato. […] Luigi Di Sarro – fotografo, ha realizzato il suo rito visivo con una straordinaria felicità espressiva, persino lucida e densa però di ironia, drammatica anche, inquietante […]. (in I. Zannier, Luigi Di Sarro. Alla scoperta della fotografia, 2001.)
Oltre al materiale custodito nell’Archivio Storico dedicato all’artista, due fondi consistenti di opere fotografiche sono conservati presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e l’Istituto Nazionale per la Grafica a Roma. Inoltre, nel 2009, alcune opere fotografiche dell’artista sono state acquisite in collezione, e conseguentemente anche esposte, a Parigi dal Centre Pompidou. L’acquisizione è stata curata da Quentin Bajac.
L’archiviazione in corso della mole di lavori che l’Artista ha lasciato permette oggi di approfondire e collegare molti temi, nell’immediato non evidenti. Numerosi fin qui sono gli studiosi che hanno scritto di Di Sarro, che hanno studiato molta parte della sua produzione, e molta altra è ancora allo studio.L’occasione degli eventi del Quarantennale vuole essere una nuova e prolifica opportunità di analizzare un lavoro che sempre di più si svela come un ampio teorema argomentato in molte direzioni, quasi fosse un atlante enciclopedico.
La mostra SEGNI disegni e fotografie di Luigi Di Sarro che Carlotta Sylos Calò ha curato per gli spazi degli Istituti italiani di cultura di Varsavia e di Cracovia in Polonia è uno dei tanti percorsi possibili alla ricerca dei nessi che Di Sarro studiava e sperimentava, appunto. Esposte le fotografie sperimentali, una serie di disegni e alcune acqueforti prodotte a cavallo fra gli anni ’60 e ’70. La ricerca di Di Sarro, scrive la curatrice nel catalogo edito dall’Istituto di Cultura: “si radicalizza nell’approccio sperimentale – dettato anche dalla doppia professione dato che Di Sarro è artista ma anche medico – e matura nell’usoirriverente dei materiali (la rete, il bitume, il tondino di ferro, il pennello, la matita, la fotografia) capaci di far emergere suggestioni particolari nelle forme create. In questo contesto proprio il segno acquista un potere generativo straordinario di forme e spazi, ancora, ma più consapevolmente, senza una reale cesura tra astrazione e figurazione, cui contribuisce la trasversalità nell’approccio alle tecniche che da sempre caratterizza il lavoro dell’artista.
Di seguito le immagini della mostra e dell’opening presso IIC CRACOVIA (6 Luglio-6 Settembre 2018)
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Di seguito le immagini dell’opening presso IIC VARSAVIA (30 Maggio-28 Giugno 2018).
Inaugurata a Pretoria in Sudafrica la mostra che apre il circuito internazionale di eventi a 40 anni dalla morte di Luigi Di Sarro promossa dall’Istituto Italiano di Cultura a Pretoria con il Dipartimento di ARTS dell’Università di Pretoria. Le immagini dell’opening e della conferenza accademica.
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