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News e appuntamenti del Centro Luigi Di Sarro |
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LE FOTOGRAFIE DI LUIGI DI SARRO ESPOSTE AL CENTRE POMPIDOU
in
LES OEUVRES DE 1960 À NOS JOURS
ESPÉRIMENTATIONS ITALIENNES (1960 - 1980)
Dal 2011 cinque opere fotografiche di Luigi Di Sarro, acquisite nel 2009 dal Centro Pompidou, sono esposte a Parigi nella sala dedicata alla sperimentazione italiana (4° piano, sala 11) con le opere di Pistoletto, Baruchello/Grifi, Accardi, Gioli, Zaza, Merz, Castellani, Boetti, Zorio, Paladino. |
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MARILENA VITA
I am the reality which is missing much
a cura di Dario Evola
Inaugurazione: giovedì 10 maggio 2012 ore 18.00
10 – 30 maggio 2012 (dal martedì al sabato 16,00 – 19,00)
Catalogo in galleria
Marilena Vita - selezionata lo scorso anno dal Centro Di Sarro per la mostra inserita nel progetto di scambio culturale in corso con il Sud Africa, tenutasi presso la thePhotographersGalleryZA - Erdmann Contemporary a Città del Capo nell’ambito della Settimana della Cultura Italiana 2011 - espone in questa personale romana due cicli di opere fotografiche accompagnate dal video Ella Este (2012).
Scrive Dario Evola: … L’artista mette in scena una consapevolezza del conflitto fra reale e immaginario, dove il corpo della donna è il luogo teatrale della verità. (…) Marilena Vita gioca un atto paradossale tra performance e immagine, parte dal corpo e arriva al corpo, attraverso il corpo, il proprio. (…) La fotografia è performativa, testimone di un atto della visione come atto responsabile dell’artista verso il mondo. …
Marilena Vita è artista e regista internazionalmente attiva con la fotografia, la video arte, la pittura, la performance, particolarmente a Miami, Mons (Belgio), Genova, Milano, Atene, Siracusa, Kalamata (Grecia), Berlino, New York, Roma, Basilea, Praga. Premiata per la video arte dalla Columbia University di New York nel 2009. Tra le più recenti mostre personali: Museo Regionale Riso, Palermo; Museo MLAC dell’Università La Sapienza, Roma; Biblioteca Civica Ursino-Recupero, ex-monastero dei Benedettini, Catania; Galleria Lorenzelli Arte, Milano; Erdmann Contemporary Gallery, Città del Capo. |
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PROJECTIONS ON CANVAS
mappe, visioni, colori
BARONE CAFLISCH MAGNI
Testo in catalogo di Giuseppe Cannilla
Inaugurazione: venerdì 13 aprile ore 18,00
13 aprile - 5 maggio 2012 (dal martedì al sabato 16,00 – 19,00)
Dalla comune ed antica frequentazione con il Centro Di Sarro, unitamente al parallelo percorso pittorico condiviso negli anni '80 all'Accademia di Belle Arti di Roma presso le cattedre di Trotti e di Avenali, nasce questa mostra che presenta le ultime opere pittoriche di Eclario Barone, Luigi Caflisch e Mauro Magni.
Roberta Rosetti, architetto, serra i fili di questo progetto e cura l'allestimento della mostra che Giuseppe Cannilla, autore del testo in catalogo, così sintetizza:
“...Una serie di finestre, o mappe, sulle, e delle realtà in cui viviamo: finestre o mappe che cercano di contenere o inquadrare situazioni molto diverse ma altrettanto simili, le "apparenti" cacofonie della città espansa, come le "apparenti" armonie della natura e della storia. Le finestre di Barone, di Caflisch, di Magni, aperte sulla metropoli, sulla natura e sulla storia, sul nostro io, si illuminano dello stesso vigore e della stessa debolezza, degli stessi colori squillanti, acidi o piatti...”
Centro Luigi Di Sarro
via Paolo Emilio, 28 – 00192 Roma – tel. 06 3243513
www.centroluigidisarro.it
info@centroluigidisarro.it |
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Federica Amichetti. Iconografia dell’invisibile
a cura di Paola Ballesi
con il patrocinio di: Comune di Roma-Municipio XVII e Comune di Recanati Assessorato alle Culture
opening: venerdì 16 marzo alle ore 18
16 marzo – 7 aprile 2012 (dal martedì al sabato ore 16 - 19)
catalogo in galleria
Iconografia dell’invisibile è la prima personale romana di Federica Amichetti che mostra un ciclo di opere pittoriche, Liquiscape (2011), riflettendo sull’illusione. “Quando allora i nostri pensieri non saranno della gabbie ma forme leggere some seta, e fragili, trasparenti o solo segni, lasceranno apparire ciò che c’è oltre. E forse quell’oltre sarà più reale di ciò che chiamiamo realtà.” (Federica Amichetti)
Formatasi all’Accademia di Belle arti di Macerata, Federica Amichetti è tra le giovani leve del panorama artistico marchigiano quella che forse in maniera più spiccata ed inequivocabile sta conducendo una puntuale investigazione sulle possibilità di penetrazione conoscitiva della ricerca artistica contemporanea, strada maestra per forzare le barriere del reale e “rendere visibile l’invisibile”. Una strada battuta dai grandi maestri della modernità con esiti di riduzione e di antimimetismo ma che l’artista percorre in maniera del tutto originale offrendo una pittura fluttuante tra realtà e sogno restituita in magici Liquiscape, paesaggi che coniugano natura e cultura, materiale e immateriale, visibile e invisibile.
Federica Amichetti vive e lavora a Recanati, dal 1999 frequenta la scuola di recitazione Minimo Teatro diretta da Maurizio Boldrini a Macerata e partecipa ai workshop tenuti da Betty Bee a Pesaro sul tema del Femminile e da Bernard Rudiger ad Exilles sul tema della visione della realtà. Nel 2011 ha partecipato alla 54° Biennale di Venezia curata da V. Sgarbi presso la Mole Vanvitelliana di Ancona, Padiglione Regionale Marche.
Centro Luigi Di Sarro - Via Paolo Emilio 28 - 00192 Roma - tel. 06 3243513
info@centroluigidisarro.it www.centroluigidisarro.it |
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TREBISONDA - Danilo Fiorucci, Robert Lang, Lucilla Ragni
a cura di Giorgio Bonomi
Presentazione del libro G. Bonomi, “TREBISONDA, una storia contemporanea”, Introduzione di B. Corà, Ed. Quater
Trebisonda è un’Associazione nata trenta anni fa a Perugia e da allora si occupa incessantemente di arti visive. Molti artisti, perugini, italiani e stranieri, hanno fatto parte dell’Associazione, organizzando mostre ed esponendo le loro opere.
Trebisonda è sempre stata attenta a non restare confinata nella propria provincia, anzi ha sempre guardato a tutto il Paese e all’estero, dove molteplici sono state le iniziative, con una preminenza in Germania – qui l’Associazione ha stabilito una vera e propria “corrispondenza di amorosi sensi” con artisti, associazioni, musei – e negli Stati Uniti, soprattutto a Seattle.
Molto incisive sono state le rassegne di videoarte, performance, fumetto che si sono potute realizzare nella sede perugina di Trebisonda, nel corso degli anni.
Di Trebisonda hanno fatto parte: Moreno Barboni, Paolo Tramontana, Massimo Rossi, Francesca Manfredi, Roberta Meccoli, Viceversa e numerosi altri, va segnalato l’ingresso, in un secondo momento, di Jodi Sandford e Valter Gosti. Oggi l’Associazione, senza perdere vigore nelle sue attività, anzi potenziandole, è composta dai tre artisti fondatori, Danilo Fiorucci, Robert Lang e Lucilla Ragni, che continuano ad organizzare e realizzare mostre di loro stessi, singolarmente o collettivamente, in Italia e altrove, e di altri artisti, italiani e stranieri.
Nella sua lunga attività, l’Associazione non ha mai privilegiato una corrente o uno stile artistico, bensì ha sempre cercato di promuovere e promulgare la ricerca artistica viva e coraggiosa, così anche i tre artisti oggi responsabili di Trebisonda si presentano con opere di diversa poetica e tecnica, ma accomunate, appunto, dalla ricerca continua di definizione del proprio sentire che non cessa mai di avanzare, come avviene quando l’arte è attività innovativa e non noiosa ripetizione.
Nell’anniversario della fondazione di Trebisonda, si sono programmate una serie di esposizioni con lavori di Danilo Fiorucci, Robert Lang e Lucilla Ragni, di cui questa al Centro Di Sarro di Roma è la prima, a cura di Giorgi Bonomi, che ha curato anche il testo del libro “Trebisonda, una storia contemporanea”, introduzione di Bruno Corà, cronologia ragionata di Andrea Baffoni e traduzione in inglese di Jodi Sandford.
Con il patrocinio del Comune di Perugia e dell’ Ordine degli Ingegneri della Provincia di Perugia |
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Di Segno in Segno: l’ipotesi, il progetto, l’opera
a cura di Edelweiss Molina
testi critici di Marco Bussagli e Tiziana D’Acchille
opening: sabato 14 gennaio ore 18.00
14 gennaio - 3 febbraio 2012 (dal martedì al sabato ore 16,00 - 19.00)
La mostra collettiva Di Segno in Segno: l’ipotesi, il progetto, l’opera, promossa in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, intende, come la precedente mostra tenutasi nella scorsa stagione espositiva, promuovere e catalogare le varie espressioni del Disegno per far emergere, attraverso le diverse affinità delle differenti discipline del Disegno e del Design del Gioiello, il linguaggio progettuale e la sua dinamica descrittiva.
Un’esposizione di intenti che esprime con il segno il linguaggio espressivo che diventa proposta artistica e progetto da attuare.
La sezione Disegno abbraccerà le diverse modalità tecnico-espressive (disegno a carboncino, matita, chine, pastelli ecc.) diventando così opera. 7 protagonisti per le proposte e percorsi di ricerca segnica:
Fabio Arrabito, Roberta Corvigno, Davide Bernardini, Matteo Ortu, Dawei Pan, Monica Pezzoli, Silvia Valeri e una raccolta di grafiche di: Salvatore Cannavò, Deng-Qi, Farzanea Kamandi, Gao-Yi -Fei, Emma Gavrila, Toyoda Izumi, Manuel Speel.
La sezione Design del Gioiello è l’ipotesi che si fa progetto fino a diventare prototipo con uno slancio progettuale che si esprime attraverso concetti e proposte originali che scardinano i canoni classici e tradizionali della produzione orafa e di gioielleria.
La ricerca di originalità e di innovazione si concentra sugli aspetti simbolici dell’offerta: ovvero il DESIGN.
L’importante testimonianza di un percorso di progetto innovativo e degno di particolare attenzione, quello di Giuseppe Cannata, neolaureato ISIA che propone la sua collezione di preziosi su modellazione digitale e le interessanti proposte progettuali di 5 artisti in formazione: Lodovica Chinese, Milena Corasaniti, Martina D’Anastasio, Davide Molino, Flavia Moretti, il cui percorso descrittivo viene raccontato sulle tracce di un pretesto che diventa prototipo.
Le opere così presentate saranno frutto di un percorso di studi grafico-formale e di un progetto fondato sulla ricerca di un risultato che non tradisce mai il linguaggio autentico di ogni protagonista.
Con i Patrocini del MIBAC, del Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali, della Provincia di Roma Assessorato alle Politiche Culturali, della Regione Lazio e dell’ISIA di Roma-Istituto Superiore per le Industrie Artistiche
Centro Luigi Di Sarro Via Paolo Emilio 28 00192 Roma tel. +39 06 3243513
dal martedì al sabato ore 16.00 -19.00
www.centroluigidisarro.it info@centroluigidisarro.it |
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IL CENTRO DI SARRO A CUBA
dal 21 al 27 novembre 2011
Il Centro Luigi Di Sarro partecipa anche quest’anno alla XIV Settimana della Cultura Italiana a Cuba dedicata al “150 Anniversario dell’Unità d’Italia”.
Il progetto, a cura del Centro Di Sarro, comprende:
la mostra “Visus” realizzata dai due artisti italiani invitati, Erik Chevalier e Mauro Magni, che si inaugurerà il 22/11 al Centro Provincial de Artes Plasticas y Diseno-Sala Barreto a L’Avana;
la Tavola rotonda “Arte e Trasformazione urbana”, relatori Alessandra Atti Di Sarro, Paola Larghi, Stefano Marmorato, Jorge Torres;
e la scopertura di un Murale realizzato insieme dagli artisti italiani Chevalier e Magni e cubani del gruppo Huellas al Barrio Cantarrana, Puente Grande, Playa dove per l’occasione il 25/11 si terrà una festa con un concerto e le autorità. |
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Luciano Gabbrielli: la sutura del presente
di Emanuele Rinaldo Meschini
17 Novembre – 3 dicembre 2011
Inaugurazione giovedì 17 novembre ore 18:00
Luciano Gabbrielli: la sutura del presente
La poetica di Luciano Gabbrielli (Viareggio 1924), rappresenta un’operazione a cuore aperto sull’arte. Gli strumenti chirurgici vengono liberati dalla loro componente di dolore per trasformarsi in strumenti di una passione estetica combattuta a volto scoperto. L’arte di Gabbrielli è infatti molto diretta. A prima vista è una collocazione di oggetti su uno sfondo pittorico, molte volte monocromo. Lo sfondo però si trasforma sotto le sue mani da semplice quinta scenica a palcoscenico illuminato e sembra di assistere alle lezioni di anatomia di Andrea Vesalio. I ferri, gli aghi, i fili, si scoprono vivi, pensanti e amanti, non sono più oggetti, bensì acquistano una vita volta alla conquista dell’altro, alla ricerca del sé specchiante. Gli strumenti di Gabbrielli si agitano in una tensione che nella vita non gli apparterrebbe, ma che ora conquistano in virtù della ricerca. Proprio la ricerca rappresenta la parola chiave per interpretare l’opera di Gabbrielli. Il contesto artistico nel quale iniziò a muoversi era quello degli anni ’70, dell’Arte Povera, dell’happening e della militanza. Nella sua opera però si respira un clima disteso, liberato e pacato. Gli strumenti sono “poveri”, ma la poetica che sottende all’impresa è diversa. In Gabbrielli ci sono, infatti, echi di spazialismo e new dadaismo americano ed egli sembra quasi voler esorcizzare il clima teso di quegli anni con un’operazione, più che mai medica, sul senso e la finalità della ricerca artistica. I sentimenti vengono sperimentati dagli oggetti e la loro espressione, altrimenti scomposta nel mondo degli uomini, trova un suo equilibro.Lo “scopritore” di Gabbrielli fu Emilio Villa, uno dei critici più importanti nella storia dell’arte italiana e non solo, in quanto capì prima di tutti l’opera degli espressionisti astratti americani. Villa, nel 1975, definì Gabbrielli “medico-sacerdote”.Proprio questa definizione rispecchia l’operare di Gabbrielli, sciamano di un rito medico pittorico nel quale il paziente da salvare sembra essere l’arte stessa.
Luciano Gabbrielli (Viareggio, 1924) in seguito alla laurea in medicina, conseguita all’Università di Pisa, ha lavorato alcuni anni come medico di bordo sulla nave che seguiva la rotta Genova-Melbourne. Successivamente, dopo essersi specializzato negli Stati Uniti alla Columbia University, ha prestato servizio presso il Presbiteryan Hospital di New York. Tornato in Italia, ha lavorato come anestesista all’Ospedale Maggiore di Milano ed al San Giacomo di Roma. Si è dedicato a lungo allo studio dell’agopuntura, dell’omeopatia e dell’ayuverdica. Scoperto come artista dal grande critico Emilio Villa, ha esordito nel mondo dell’arte nel 1975 con una mostra presso la Galleria della Trinità a Roma. Ha esposto le sue opere nel 1978 presso gli spazi della Galleria Pagani di Milano e, successivamente, in altre importanti occasioni.
In parallelo all’attività come medico, si è dedicato, oltre che all’arte, alla scrittura di testi tra cui ricordiamo quelli autobiografici come Pappà (2010) e Se lo vedo te lo dico. Sul filo della memoria di Luciano Gabbrielli (2011), entrambi curati da Gabriella Nocentini.
Luciano Gabbrielli vive a Firenze. |
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Questa mostra romana promossa dal Centro Luigi Di Sarro in collaborazione con la Galleria Acta International e con CCNY, con il patrocinio dell’Istituto Svizzero di Roma, fissata con Linda Salerno lo scorso anno, si terrà a circa due mesi dalla sua scomparsa avvenuta il 17 luglio 2011.
Autrice complessa, capace di muoversi con grande consapevolezza all’interno di un suo mondo espressivo dove disegno, fotografia e installazione sanno trovare un preciso equilibrio linguistico, Linda Salerno presenta al “Centro di documentazione della ricerca artistica contemporanea Luigi Di Sarro” una mostra che sa evocare i tanti piani della sua poetica. In “Black Mirror” compaiono, infatti, opere realizzate in tempi diversi e con differenti tecniche che, proprio per questo, dialogano fra di loro creando un percorso dove non è privilegiata la linearità un po’ scontata della sequenza temporale ma viene suggerito un composito gioco di rimandi che sarà lo stesso visitatore a cercare e a scoprire fino a farlo suo.
Lo specchio nero è quello della memoria perché Linda Salerno riconsidera costantemente le emozioni provate da bambina ma è anche quello che meglio rappresenta la matrice fotografica di una superficie su cui l’autrice interverrà con una delicatezza formale che non esclude la forza evocatrice dell’immagine. La figura avanza leggera, si muove con una grazia che ricorda i gesti di una danza, si accosta ad elementi che fluttuano nell’aria, avanza in paesaggi naturali come volesse confondersi e trasfigurarsi in essi. Colpisce il dinamismo insito in queste fotografie – che in quanto tali alludono alla tridimensionalità ma conservano una loro precisa bidimensionalità – soprattutto quando le si confronta con i disegni di “Release” impressi in fogli traslucidi che, sovrapposti, sembrano suggerire all’osservatore di intervenire fisicamente per smuoverli, scostarli, scrutali alla ricerca di una sintesi finale delle tante immagini che man mano si rivelano.
Colpisce in questa mostra, la prima realizzata dopo la recente prematura scomparsa dell’autrice, la bellezza visionaria dell’ultimo lavoro dal bel titolo “The Art of Remembering”. Sono piccole teche che conservano al loro interno immagini tratte da altre ricerche, frammenti di immagini come fossero pagine sparse di un’enciclopedia dell’immaginario: a rendere affascinante quanto misteriosa la loro comparsa, sul vetro che le custodisce compaiono parole che, proprio perché non sono titoli, diventano esse stesse brandelli di realtà catturati. Basta leggerle, queste parole per accorgersi che lignt e absence, marvel e dream, imitazione e beauty, perfection e hallucination, emotion e ambiguity hanno perso il loro significato per divenire suoni che si librano nell’universo onirico che Linda Salerno ha saputo lasciarci. Roberto Mutti
Linda Salerno nasce nel 1950 a York, Pennsylvania da una famiglia calabrese. 1972, BFA, Moore College of Art, Philadelphia. Dal 1972 fa parte del nucleo artistico di Soho a New York, dove vive per 30 anni.
Dal 2002 vive e lavora principalmente a Someo e Lugano, Svizzera, dove riceve la cittadinanza svizzera. Tiene mostre personali a Lugano, Locarno ed è presente in mostre a Chicago e New York.
Nel 1984-85 partecipa a "ANNIOTTANTA" curata da Barilli, Caroli ed altri presso i musei di Bologna, Ravenna, Rimini e Imola (Cat. Mazzotta). Questa è la sua prima personale in Italia.
Ulteriori informazioni sul sito: www.lindasalerno.com
Catalogo Ed. Charta con testi di Elisabetta Longari, Klaus Honnef, Roberto Mutti, Claudia Steinberg, Martin Kunz, Linda Salerno |
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IL CENTRO DI SARRO TORNA A CAPE TOWN
 
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Somewhere on the other side
Marilena Vita
6 - 31st October 2011
Opening reception Wednesday 5 October
thePhotographer'sGalleryZA - Cape Town
Il Centro Di Sarro torna a Cape Town con la mostra di Marilena Vita, nell'ambito del progetto di scambio con la Erdmann Contemporary. Somewhere on the other side sarà in mostra per tutto il mese di ottobre. L'vento fa parte delle iniziative della Settimana della Cultura italiana nel mondo ed ha il patrocinio dell' Ambasciata italiana a Pretoria, del Consolato italiano a Cape Town e della Dante Alighieri-Circolo di Cape Town. |
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JACOPO BENCI, DÉBRAYAGES
a cura di Maddalena Rinaldi
dal 27 settembre al 15 ottobre 2011
vernissage: martedì 27 settembre ore 18.00
Martedì 27 settembre alle ore 18.00 presso il Centro Luigi Di Sarro a Roma si inaugura la mostra personale di Jacopo Benci, Débrayages, a cura di Maddalena Rinaldi.
La mostra propone una selezione della copiosa produzione dell’artista, presentando solo i lavori più recenti – tra cui molti inediti – la cui esposizione è tesa a ricostruire quello sguardo fenomenologico che l’artista adotta da sempre nei confronti della realtà.
Il disinnesco o débrayage (di tempo, di spazio o del soggetto), di greimasiana memoria, è il filo conduttore dell’esposizione organizzata per aree tematiche: non-io, non-ora, non-qui.
La scissione tra enunciazione artistica e rappresentazione dell’immagine è infatti, nelle fotografie di Benci, una costante che si manifesta attraverso un’assenza: simulacri di passate soggettività, temporalità e spazialità. Simulacri attraverso i quali l’artista intesse racconti, descrive paesaggi, instaura relazioni profonde tra il visibile del quotidiano ed il recondito della propria coscienza. Le sue fotografie sono dei débrayages che narrano il rapporto tra l'individuo ed il territorio, quasi sempre volutamente anonimo e sconosciuto.
La ricerca estetica di Jacopo Benci è tesa allo svelamento della natura intima e profonda del luogo di appartenenza. L’artista si interroga ancora oggi, in un mondo completamente esplorato e tecnologizzato, sui possibili significati della sua terra, scavando e scovando, a ritroso nel tempo, una stratificazione di culture, identità e significazioni celate dietro le apparenze del paesaggio quotidiano che egli abita. Lo sguardo fotografico è per Jacopo Benci uno strumento di conoscenza di quella realtà urbana e naturale a cui appartiene, ed insita nei suoi scatti fotografici è una percezione visiva sensibile all’apertura verso territori nuovi e inesplorati.
Soglie, limiti, passaggi, ma anche parvenze, ricordi e memorie sono i soggetti di Sentieri Invisibili (2011), ma anche di Lontano e Luminoso (2009), attraverso la cui profondità l’artista rintraccia singolari epifanie, scovate nella quotidianità dell’ambiente vissuto giorno dopo giorno. Apparizioni improvvise, nelle opere in mostra, condurranno lo spettatore verso lo svelamento di universi altri, universi sui quali l’artista costruisce la sua identità.
Jacopo Benci vive e lavora a Roma. Il suo lavoro artistico comprende fotografia, installazione, video, film, performance; è stato esposto in gallerie e musei e presentato in festival e rassegne video in Italia, Argentina, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Russia, Stati Uniti, Thailandia, Ungheria.
Le sue mostre personali più recenti sono Un itinerario possibile – A possible itinerary 1981-2011, MLAC Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, Università ‘Sapienza’, Roma, a cura di Lucrezia Cippitelli; Jacopo Benci. Itinerari in video (parte della serie ‘Testi e Testimoni IV’, organizzata dalla Casa della Memoria e della Storia), Sala Santa Rita, Roma (2011); Sentieri invisibili, Hybrida Contemporanea, Roma, a cura di Martina Sconci (2010); L’infraordinario, TraLeVolte, Roma, a cura di Rossella Caruso (2008, nell’ambito del festival FotoGrafia 2008).
Dal 1998 è Vicedirettore per le Arti Visive dell’Accademia Britannica, Roma; ha coordinato oltre 40 mostre di artisti britannici all’Accademia e in altri spazi espositivi a Roma e in Italia. Nel 2006 ha curato la mostra Responding to Rome. British artists in Rome 1995-2005, Estorick Collection, Londra.
L’evento è organizzato in occasione della Giornata del Contemporaneo
promossa da AMACI
Jacopo Benci, Débrayages
a cura di Maddalena Rinaldi
27 settembre - 15 ottobre 2011
dal martedì al sabato dalle 17 alle 20
Centro di documentazione della ricerca artistica contemporanea Luigi Di Sarro
via Paolo Emilio 28, 00192 Roma tel. 06 3243513
http://www.centroluigidisarro.it info@centroluigidisarro.it |
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Luigi Di Sarro. Morfologie esistenziali
Recanati, Museo civico di Villa Colloredo Mels
23 settembre – 30 ottobre 2011
Mostra a cura di Paola Ballesi
35 opere dell’artista medico Luigi di Sarro
Si apre il 23 settembre alle ore 18:00 la mostra
promossa dal Comune di Recanati in collaborazione con il Centro di documentazione e ricerca artistica “Luigi Di Sarro” di Roma, con l’Associazione “Spazio Cultura” di Recanati e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Macerata
Morfologie esistenziali è il tema della mostra in omaggio a Luigi Di Sarro, medico e artista, già docente di Anatomia all’Accademia di Belle Arti prima di Macerata poi di Roma, che negli anni Sessanta e Settanta aveva maturato un’importante ricerca sperimentale sul linguaggio figurativo e le sue forme.
Una ricerca nutrita di grande libertà espressiva, libera come la sua giovane vita improvvisamente interrotta la notte del 24 febbraio 1979 quando incontrò un assurdo destino. Luigi Di Sarro è morto a 37 anni, ucciso per un tragico errore da forze dell’ordine in borghese durante i controlli nella capitale nel cosiddetto periodo degli “anni di piombo”.
Alla dolorosissima perdita la famiglia ha cercato di reagire fondando il Centro “Luigi Di Sarro”, uno spazio nel quartiere Prati di Roma per ospitare il suo archivio e promuovere giovani artisti emergenti, attraverso cui l’amore dell’arte per la vita e della vita per l’arte possa continuamente rinnovarsi e trovare ulteriori appassionate conferme.
Luigi Di Sarro appartiene a quella generazione di artisti utopici che hanno attraversato con varia fortuna la metà degli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta, convinti che l’arte dovesse farsi carico di un radicale progetto di cambiamento dei propri linguaggi e di tutto il mondo.
La mostra ricostruisce l’ultima stagione dell’artista, che affida al segno e al gesto visivo le sue intense prospezioni esistenziali frutto di una ricerca di carattere sperimentale allo scandaglio della morfologia e dei segreti dell’immagine strettamente e intimamente intrecciati con gli enigmi della vita, documentati con opere di grafica, fotomontaggi e fotografie cui l’artista ha consegnato forse il percorso investigativo a lui più congeniale. |
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Libertà e Destino
a cura di Paola Ballesi e Roberto Cresti
Macerata, Palazzo Buonaccorsi
23 luglio-3 settembre 2011
Inaugurazione 23 luglio ore 19:00
Nell'ambito della Rassegna Sferisterio Opera Festival 2011 una mostra di arte contemporanea organizzata dall'Accademia delle arti di Macerata (ADAM) in collaborazione con l'Associazione DiViniVersi, l’Istituzione Macerata Cultura, il Comune di Macerata, l’Associazione Arena Sferisterio, con il patrocinio della Provincia di Macerata e con il contributo finanziario della Camera di Commercio di Macerata, ha proposto una rivisitazione del tema Libertà e destino dal punto di vista della sperimentazione artistica. un percorso narrativo articolato in tre sezioni tematiche: Vanitas Vanitatum, Sulle ali della libertà e Sorte, fortuna, destino, con 30 opere composte con le tecniche più svariate, da quelle tradizionali alle nuove tecnologie, ma con una forte prevalenza della fotografia che nel panorama artistico attuale sembra più attrezzata ad esprimere lo spirito e l’immaginario del nostro tempo.
Tra i 10 artisti, partecipazione straordinaria di Luigi Di Sarro, che dell'Accademia di Belle Arti Di Macerata fu docente di Anatomia Artistica. Esposte alcune delle sue fotografie sperimantali che esplorano il linguaggio figurativo e le sue forme, realizzate negli anni Sessanta e Settanta. |
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“Un proyecto especìfico” è l’installazione realizzata a L’Avana da Paolo Bini e Catherine Biocca per la XIII Settimana della Cultura Italiana del 2010.
I due artisti selezionati dal Centro Luigi Di Sarro su invito dell’Ambasciata italiana a Cuba hanno esposto il loro lavoro nelle sale del Convento di San Francesco a L’Avana Vecchia e nel corso della loro permanenza hanno progettato e realizzato un’opera site-specific che rappresentasse il loro incontro con la realtà cubana. Di questa prolifica esperienza è stato realizzato un catalogo che raccoglie il racconto fotografico della mostra fatta a L’Avana, accompagnato dai testi dell’Ambasciatore Marco Baccin e di Alessandra Atti Di Sarro che ha curato il progetto. Sono alcuni anni che il Centro Luigi Di Sarro porta avanti iniziative artistiche di questo genere in diverse aree del mondo con l'obiettivo di promuovere l'incontro, la conoscenza e il confronto. La mostra che si inaugura a Roma, oltre che rendere conto dell’esperienza cubana, vuole aprire il dibattito sull’importanza del dialogo culturale, soprattutto nell’ambiente della ricerca e della sperimentazione. |
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Al Centro Di Sarro una retrospettiva dell’artista e scrittore Giovanni Buzi, a poco più di un anno dalla sua scomparsa avvenuta a Bruxelles, città dove risiedeva da molti anni.
Nato a Vignanello (Viterbo) nel 1961, Giovanni Buzi aveva studiato a Roma, dapprima all’Accademia di Belle Arti, dove nell’84 si era diplomato in Pittura, e poi alla facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza, dove nel ’91 si era laureato in Storia dell’Arte con una tesi su “Il Gruppo Cobra”. Altre sue ricerche sul Gruppo Cobra nel saggio del 2002 Le Mystere de Logogrammes de Christian Dotremont.
In mostra 34 dipinti ed opere letterarie.
“Nell’essenza della sua sfericità, la testa è un tema che accompagna tutto il percorso artistico di Giovanni Buzi. Fantasma privato del corpo, cerca uno spazio per vivere, una domanda a cui rispondere. Gli anni romani hanno portato questa ricerca alla composizioni di grandi teste in cui il rosso di un romantico ma cupo barocco si congiunge all’espressione sensibile e pura della linea etrusca. Le due profonde radici del pittore: Roma e l’Etruria.
Nei successivi anni trascorsi a Bruxelles, le immagini dell’universo buziano, portate ad un’estrema compiutezza formale, conquistano il colore. Sono anni di riflessioni e di analisi sul proprio cammino. Grandi tele appieno compiute, eseguite con miscellanea di tecniche e colori, vengono impietosamente tagliate, sminuzzate e ridotte in piccoli pezzi, di cui ognuno nasconde dentro di sé la memoria del tutto ma, impotente nel suo tentativo di ritorno all’unità dell’origine, lamenta la sua solitudine restando unico superstite o si compone con altri in un insieme nuovo e diverso. La pura bellezza dell’immagine non riesce più a soddisfare le profondità dello spirito: è necessario che venga distrutta, perché possa rinascere, da una miriade del caos, lo spessore più intenso di una nuova realtà.
Ancora teste, ma ora piccole e colorate. Sono gli ultimi anni, gli ultimi mesi perfino: questo tema a lui sempre caro torna in modo costante, rilucendo adesso con tocchi di colore e con l’intensa luminosità del bianco. Volti che parlano dell’amore per l’arte, della verità di una ricerca, dell’intensità della vita. Di tutto questo permane il ricordo nella memoria… l’opera continua a raccontare se stessa ed altro ancora”. (Paolo Raffaeli) |
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La solitudine del ritorno
“Il Possibile” di Michele Prezioso è un attraversamento spietato e ironico, un viaggio interinale, interplanetario e interculturale in luoghi simbolici e spazi quotidiani apparentemente lontani anni luce, che crea connessioni neurali tra Breton e Wittgenstein, Borges e Truffaut , toy story e manga, fantascienza, robotica e ingegneria genetica, che l’artista lega con un filo concettuale poetico in una matassa linguistica il cui bandolo è offerto allo spettatore chiamato a inoltrarsi in una dimensione del possibile ovvero altra, che può rivelarsi un buco nero in cui sprofondare o una costellazione di soglia da attraversare come un labirinto di specchi, con fluidità e destrezza. La posta in gioco è quella di ritrovare un’identità collettiva attraverso la perdita dei riferimenti e degli stereotipi, un luogo comune e molteplice in cui riconoscersi ritrovando lo slancio verso la vita vissuta come trasformazione etica e ricerca delle verità profonde, nascoste ai più. Attraverso lavori inediti e opere recenti, pittura e ready made, forme siderali e ataviche, oggetti trovati e cercati , tra proto-design e gadget pop, memorie letterarie e filosofiche, frammenti di vissuto, crea un cortocircuito del senso, una dis-locazione: spiazzando l’osservatore apre ad una dimensione dell’essere con un retrogusto inquietante, lievemente perturbante, direbbe Freud. Disegnando un itinerario di fuga dalla vita quotidiana dove convergono atopia e utopia, ci porta altrove riconducendoci paradossalmente alle nostre origini e facendoci ritrovare noi stessi. Sostanzialmente un percorso di solitudine, quella della partenza e dell’arrivo e quella ancora più irreversibile del ritorno, come dice Marc Augé.
Prezioso, artista sommerso e inviato speciale, si cala nel ruolo di regista di una fiction visionaria e spietata un reportage allucinato che offre momenti di innocenza e disincanto oscillando tra astrazione e contingenza , con una capacità di immersione e un’attitudine innata nel portare alla luce tesori nascosti, riesumare organismi ibridi, cartografie di mondi immaginari e storie fantastiche di ordinaria follia, in una messa in scena da teatro dell’assurdo, che ti cattura come un sogno ad occhi aperti con l’incubo sempre in agguato. Il problema è solo separare la realtà dalla finzione: ma questo è possibile passando attraverso lo sguardo specchiato di Levy, la creatura di pensiero appena caduta dalle nuvole del pianeta azzurro che appena tocca terra ha nostalgia del suo altrove, ovvero della sua preziosa (è il caso di dire) umanità.
Patrizia Ferri |
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Curata da Massimo Bignardi, la mostra (che propone un ciclo di opere realizzate dall’artista pugliese per questa occasione) inquadra nel titolo Rovine quattro, tra i tanti possibili temi intorno ai quali porre riflessioni sulla contemporaneità e il suo ‘amoroso’ rapporto con la memoria. De Palma ha scelto, per porre un immediato dialogo con la Città Eterna, la poesia di Rainer Maria Rilke, posizionato lo specchio dell’immaginario tale da accogliere quattro temi o lui cari: la Poesia, l’Arte, la Bellezza e il Tempo. “Quattro temi che ripropongono – scrive Bignardi nel testo al catalogo pubblicato da Claudio Grenzi Editore – ancora la centralità del ‘classico’ inteso come corpo capace di produrre una reazione al tendenzioso scivolare verso l’apparenza dell’opaca mondanità, propria di questi nostri anni. ‘Classico’ come sperimentazione di una nuova figurazione, pronta a farsi immagine del verso poetico, nella piena consapevolezza di una libertà interiore assunta come ‘autenticità’. Gli acquerelli, innanzi tutto, poi i disegni a pastello e matite colorate che fanno da sopporto a figure di giovani, di ninfe, di meduse ritagliati nella sagoma e sovrapposti, spessore su spessore, al nero assoluto del fondo; infine la scrittura proposta nella traccia luminosa della grafite che solca il campo nero e infinito del foglio. Teo de Palma rilegge Rilke fuori dai registri che solitamente tengono legata la poesia all’immagine; anzi si serve di soggetti immaginativi che si propongono come completamento, come elementi capaci di dare al verso una nuova consistenza, appunto di segnatura, dunque presenze di un archivio mentale al quale l’artista non fa mancare una certa sperimentazione anche sul piano formale. Quello che propone da tempo l’artista non è una riappropriazione del ‘classico’, quanto un’avvertita rinascita interiore, intesa come necessità che non implica livelli attinti dai modelli, quindi una declinazione in odore di ‘classicismo’, un modo di procedere assecondando il suo immaginario alla nostalgia. Lo scatto del colore, ancora decisamente astratto, porta le figure al di là della soglia di una possibile configurazione intellettuale-simbolica: esso continua a rispondere alla sfera emotiva, alla sintassi dell’espressione.”
Le “tre stanze” disegnate per l’occasione, seguono le suggestioni sollecitate da tre tempi immaginativi: dai “Sonetti ad Orfeo”, dalle “poesie sparse” e dalle “rovine”. Dapprima piccoli fogli danno vita ad una grande parete, un’installazione che chiede supporto ad una tessitura di scritture e di piccoli segni , poi i grandi acquerelli che scandiscono i ritmi bianchi delle pareti che organizzano le successive stanze. |
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Una mostra itinerante di tre artiste - ma non è una mostra di genere - accompagnate da un critico amico, per un viaggio che comincia ora ma si vuole assai lungo, per l'Italia e all'estero.
Le artiste si presentano con tutte le loro differenze ma con un filo che, in un qualche modo, le unifica: tutte e tre, infatti, lavorano su quel margine indefinibile che separa la realtà dall'apparenza, la verità dall'opinione. Problema questo che ha coinvolto la filosofia fin dal suo lontano apparire, senza che mai si sia trovata una soluzione, se non sul piano soggettivo.
Così Pippa Bacca trasforma, con le forbici, la foglia di una specie in un'altra di specie diversa. Pina Inferrera realizza delle fotografie in cui si trasformano gli elementi reali, la natura e lei stessa. Luisa Mazza compone delle installazioni con sfere di vetro su cui ci si può specchiare, ma l'immagine viene, anche qui, deformata.
Naturalmente tutti gli attori di questa iniziativa dedicano a Pippa Bacca questo viaggio, anche perché lei del viaggio ne aveva fatto la sua poetica.
La mostra, già presentata a Milano (Derbylius Libreria Galleria), dopo Roma proseguirà a Perugia (Centro per l’Arte Contemporanea Trebisonda dal 16 aprile). |
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A cura di Claudia Colasanti
FUMO è una mostra a tre - un confronto fra autori di area concettuale - che si configura come un dialogo su un tema scomodo, a prima vista non centrale e non del tutto ‘estetico’ e piacevole.
Il fumo, anche e soprattutto quello emesso dal tabacco contenuto nelle sigarette, è per taluni un vizio, un’abitudine, ma può diventare una compulsione, un tic, una gestualità perversa, una vera e propria malattia.
Per Paolo Residori, cui si deve l’intuizione della mostra, la sigaretta (e il suo residuo, il mozzicone) rappresenta un assillo quotidiano, diventato con il tempo un tappeto visivo deformato. La sua ossessione si è mutata nella consapevolezza di voler identificare un colpevole definitivo nel corpo di quel frammento maleodorante. La ‘cicca’ diventa, nella sua grande installazione e nei suoi scatti fotografici (composti e organizzati grazie ad una paziente raccolta di scarti inquinanti), la testimonianza di un delitto, l’emblema del male, della dipendenza, di gran parte dell’inquinamento globale del pianeta.
Sigarette consumate e mozziconi sono al centro anche del prelievo di Pino Boresta, che anni fa realizzò il R.A.U (Ritrovamenti Arteologici Urbani), intervento che consisteva nel recupero di reperti fra i microrifiuti urbani delle strade di Roma. Boresta, che è un non-fumatore, in mostra attenderà che i visitatori fumatori gli consegnino il loro ultimo mozzicone e fornirà loro un certificato autografato, con la scritta “..SOLO PER FUMATORI… QUESTA NON è LA MIA ULTIMA SIGARETTA”.
Un approccio distante dai precedenti, che riesce a tradurre una sostanza residua come il fumo di candela in un’astrazione poetica, è quello di Cesare Pietroiusti. Si tratta di una serie di disegni su carta (una parte di cento esemplari numerati e firmati) densi di toni fra il grigio e il marrone scuro, i cui proventi verranno interamente devoluti all’Associazione Alzheimer di Roma.
Pino Boresta è nato nel 1962 a Roma, dove vive e lavora. Il suo lavoro è incessante e capillare, urbanamente onnipresente: il suo viso deformato da smorfie è impresso su muri, cartelloni pubblicitari, insegne stradali, pali della luce, semafori. Il ritratto di Pino Boresta è ovunque nelle città, per ricordarci l’esistenza di sé e della sua irrequietezza artistica ed esistenziale: ci invita a reagire, a rispondere, ad insultare, se necessario. Boresta agisce da provocatore e da raccoglitore: è un catalogatore umano di oggetti, scarti, tracce, idee e persino residui umani e spazzatura. Un lavoro costante che si sviluppa proprio in direzione dell’ossessione: verso l’identità, il lavoro e i gesti quotidiani.
La ricerca artistica di Cesare Pietroiusti (Roma, 1955) esprime interesse per le situazioni paradossali o problematiche nascoste nelle pieghe della ordinarietà dell'esistenza - pensieri che vengono in mente senza un motivo apparente, piccole preoccupazioni, quasi-ossessioni considerate troppo insignificanti per diventare motivo di analisi, o di auto-rappresentazione. Tutto ciò lo ha portato ad esplorare scelte e intenzioni formulate da altri, nonché a cercare di fare proprie tali scelte altrui. Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato soprattutto sul tema dello scambio e sui paradossi che possono crearsi nelle pieghe dei sistemi e degli ordinamenti economici. A partire dal 2004 ha distribuito gratuitamente decine di migliaia di disegni individualmente prodotti e firmati; venduto storie; ingerito banconote al termine di un’asta per poi restituirle al legittimo proprietario dopo l’evacuazione; organizzato ristoranti in cui al termine del pasto, invece di pagare, si ricevono i soldi del prezzo del cibo scritto sul menu, allestito mostre in cui le opere sono in vendita non in cambio di denaro, ma delle idee o delle proposte dei visitatori.
Paolo Residori è nato a Roma nel 1953, città dove vive e lavora. La sua visione geometrica del mondo deriva dalla grafica editoriale, che lo impegna sul versante lavorativo. Dopo il 2000 la sua pittura si sposta dalla struttura del ritmo scandito a nuove modalità espressive. Una produzione da cui emerge anche una tendenza meditativa, sempre più collegata a soggetti sociali: le grandi forme astratte sono rappresentazioni di un reale contraddittorio e sfaccettato. Un atteggiamento quasi spregiudicato nell’ignorare mode e tendenze, che gli ha permesso di guardare con interesse in tante direzioni per poi imboccare esclusivamente la strada dell’istinto. Lo stesso motivo che lo spinge, in questo periodo, a misurarsi con nuove forme installative: come nella pittura non ha mai smesso di rinnovarsi, ora l’urgenza di esprimere un’emergenza sociale non più trascurabile crea un sorprendente incontro con la tridimensionalità. Nata da uno stato di irrequietezza mentale nei confronti del crescente degrado ambientale, Residori ora crea metafore visive di grande impatto, che si esplicitano in un’incisiva critica ideologica nei confronti del consumismo. Una scelta rilevante, che lo induce a presentare materiali tra i più imprevedibili, e che sancisce il delicato passaggio che intercorre tra l'idea e la sua realizzazione. |
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Dal testo in catalogo:
“Nella sua produzione artistica Longo si smarca dalla convenzionalità per adire una ricerca che si avvale nello stesso tempo di tecniche antichissime e di altre ultramoderne. Partendo da uno scatto fotografico l'immagine viene abbassata nella sua definizione e tradotta in formato elettronico; i pixel, così messi in evidenza, assumono l'aspetto di una sgranatura, che evoca l'effetto-mosaico. Il colore immateriale della dimensione elettronica transita in quella fisicissima del tassello di vetro, che compone il mosaico; i frammenti colorati vanno oltre la superficie piatta per assumere rilievo e dare corpo ad una materia aggettante, tridimensionata.
I pixel, che sono, poi, le unità-base del linguaggio elettronico (televisione, computer, telefonino), fanno implodere la visione verso una dimensione meno corporea e fanno collassare la percezione in un microuniverso di particelle astratte.
La scelta di monumenti-simbolo e di vedute emblematiche delle più famose città del mondo, non solo costituisce un potente reportage di viaggio, ma la ripresa notturna conferisce un'ulteriore suggestione.
Anche la natia Cosenza partecipa a questo tour ideale fatto di tappe notturne, animato da finestre illuminate, da insegne colorate, da strutture luminescenti. Tutto sembra una grande Las Vegas, luccicante, erotizzata dai lux, che eccitano il manto della notte.
Quella di Longo è una pittura fatta di luce e di vetro, di aria e di trasparenze, di onde elettromagnetiche e di poesia, eterna intrusa fra le cose degli uomini, ma salvifica esploratrice del grande mistero del mondo” (T. Sicoli) |
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DISEGNO IN SEGNO ...attraverso l’eloquenza del segno…
a cura di Edelweiss Molina
testo critico Tiziana D’Acchille
inaugurazione: martedì 23 novembre 2010, h 18.00
e fino al 18 dicembre 2010 (dal martedì al sabato orario 17-20)
Il Centro Luigi Di Sarro in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma presenta la rassegna espositiva DISEGNO IN SEGNO …attraverso l’eloquenza del segno… , a cura di Edelweiss Molina e con testo critico di Tiziana D’Acchille.
Il "Centro di documentazione della ricerca artistica contemporanea Luigi Di Sarro", attivo dal 1981 nella promozione dell’arte, diventa ancora una volta teatro e palcoscenico di esperienze artistiche legate al territorio.
Sei docenti di diverse discipline AFFRESCO, DISEGNO-PLASTICA ORNAMENTALE, DISEGNO-DECORAZIONE,SCULTURA, NEW MEDIA ART, TECNICHE E TECNOLOGIE DELLA GRAFICA presentano 13 opere realizzate dagli artisti in formazione della storica Accademia di Belle Arti di via Ripetta:
Stefania Vanni - Ambra Nadalini - Matilde Ricci - Federica Burzi - Chiara Bignami - Gruppo Opera Aperta (Giulia Lucarini, Vittoria Diana, Fernando Ciminelli) - Vittoria Lauteri - Katiuscia Santonicola -Thiago Contini - Roberto Pecchioli - Accursio Graffeo - Valeria De Felice - Maria Soledad - Giorgia Tempesta.
Obiettivo dell’iniziativa è quella di promuovere e catalogare le varie espressioni del Segno attraverso il linguaggio di ogni specifica modalità esecutiva.
Un’indagine grafico-formale,
ritagliata secondo il linguaggio autentico di ognuno. Una mostra che nasce dall’esigenza di comunicare le emozioni delle arti visive.
La mostra, ideata e curata da Edelweiss Molina, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma (responsabile nel 2007 dell’evento “Artenergendo” in collaborazione con l’ENEA svoltosi presso il Complesso museale del San Michele in Roma), dopo l’esposizione romana verrà proposta in altre sedi.
Catalogo in galleria
Con il patrocinio di: Ministero Beni e Attività Culturali, Provincia di Roma-Assessorato alle Politiche Culturali, Comune di Roma-Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, Italia Nostra. |
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XIII Settimana della Cultura Italiana a Cuba
Il Centro Di Sarro partecipa alla XIII Settimana della Cultura Italiana che si svolgerà a Cuba dal 22 al 28 novembre 2010. La manifestazione è organizzata dall'Ambasciata Italiana a L'Avana e prevede una serie di incontri a tema letterario, musicale e artistico con la cultura italiana. La collaborazione con il Centro Di Sarro ha permesso di allestire una mostra di due giovani artisti italiani, Paolo Bini e Catherine Biocca che, oltre a presentare le opere al Convento de San Francisco de Asis, realizzeranno per tutta la durata della manifestazione un workshop con altri artisti cubani, con il coordinamento del maestro Arturo Montoto. |
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ARTS TIME
Ad Heidi Erdmann la copertina della rivista ARTS TIME. Il Centro Luigi Di Sarro collabora con la Erdmann Contemporary di Cape Town e la galleria the photographersgalleryZA per un progetto di scambio artistico dal 2009. E' curata da Heidi Erdmann la mostra di Manfred Zylla "Future Memories" attualmente al Centro Di Sarro fino al 18 novembre.
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Future Memories: Art from South Africa by Manfred Zylla (Il futuro è nella mia memoria. Arte sudafricana di Manfred Zylla) a cura di Heidi Erdmann: personale romana dell'artista tedesco naturalizzato sudafricano, personalità di rilievo oggi tra i commentatori politici e sociali del paese, attivo nella lotta antiapartheid negli anni del regime.
Il suo impegno con i maggiori artisti neri e coloured lo ha introdotto alle tecniche di pittura e incisione più tipiche del mondo africano. Si è dedicato molto alla xilografia, “woodcut”.
Tra i ritratti in mostra quello di Lionel Davis ex prigioniero politico e artista. Zylla ne realizzò il ritratto a Robben Island ( il carcere dove era richiuso anche Mandela, sull'isola al largo di Cape Town ) durante il periodo in cui, dopo la liberazione, ha lavorato come guida all'interno del carcere ora museo. E’ una stampa a grandezza naturale (1,70 circa) in 4 colori.
Zylla, vive e lavora a Cape Town.
Nella mostra un percorso che va dagli anni 70 ad oggi, per raccontare il futuro attraverso la memoria di ciò che non dovrà più essere. |
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La mostra, curata da Angela Madesani, è dedicata al lavoro di tre fotografi/artisti veneziani: Pier Paolo Fassetta, Guido Sartorelli, Luigi Viola. Si tratta di una rassegna che ripercorre alcune tappe del loro lavoro: saranno infatti in mostra opere degli anni Settanta e altre più recenti.
Il loro lavoro, esposto all’interno di mostre pubbliche e private, mostra quella straordinaria, quanto rara capacità degli artisti di guardare oltre il proprio tempo per collocare il proprio pensiero nel futuro. Se i loro lavori di oltre trenta anni fa erano una sorta di premonizione di quanto sarebbe accaduto, sia da un punto di vista della poetica, che da un punto di vista della ricerca linguistica, i loro lavori attuali prestano grande attenzione all’oggi certo, ma anche alle prospettive future nel senso indicato dal tema di FOTOGRAFIA Festival Internazionale di Roma: Futurspectives. La fotografia può prevedere il futuro? |
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AL FIFA FAN FEST Piazza di Siena – Roma
“ DAILY LIFE ”
fotografie di
LINDEKA QAMPI
Inaugurazione: martedì 22 giugno 2010 dalle ore 18.00
"Dopo il diploma per tutta la vita ho venduto vestiti, proprio come faceva mia madre. Ho cominciato a fare fotografie ad aprile del 2006. Ho cominciato fotografando la mia famiglia. Poi andavo ai matrimoni anche se non ero invitata e a volte la gente era sorpresa, vedendo che facevo fotografie e non sapendo chi fossi. Facevo questo per imparare. Il mio primo progetto di tipo documentario è stato fotografare l’iniziazione di un guaritore. Ho sentito rumori che ho associato ai riti di iniziazione mentre passavo di lì, sono andata a presentarmi e mi hanno permesso di scattare. Questo mi ha incoraggiato a lavorare di più e a documentare di più. Da allora il mio progetto è la vita quotidiana, come vive la gente. A volte vado a feste, a matrimoni, nella mia o in altre comunità. A volte mi chiamano perché sanno che sono una fotografa. E' così che guadagno soldi e mi mantengo. Adesso voglio sviluppare un progetto sui diversi concetti di cultura, la mia e le altre e dove si incontrano quelle urbane e quelle rurali".
Lindeka Qampi è una fotografa sudafricana, vive a Città del Capo, nella township di Khayellitsha, enorme sobborgo che raccoglie, tra aree formali e baraccopoli, circa un milione e 200 mila abitanti. Il suo lavoro sa cogliere i tratti più significativi degli spazi quotidiani, la dimensione del privato e l'euforia del gioco. In questo caso il gioco del calcio, vero orgoglio della popolazione nera del Sud Africa. Uno sguardo lontanissimo dalla visione pietistica e distaccata a cui siamo abituati dal sud del mondo.
Daily Life è un esperimento di sostegno a progetti di autorappresentazione. Le fotografie di Lindeka Qampi sono vendute a un prezzo molto contenuto, per facilitarne l'accessibilità e la diffusione. I promotori, Centro Luigi Di Sarro and The Photographers Gallery Za, rinunciano a qualunque percentuale sulla vendita e l'intero ricavato verrà inviato a Lindeka Qampi con l'augurio che possa continuare il suo lavoro.
info@centroluigidisarro.it
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www.cameraclubny.org/anatomy_persona_moment.htm
Announcing, in conjunction with this exhibition, a CCNY Conversations Series Panel Presentation
Friday, June 4 at 7pm at the School at ICP
Presenting Allen Baird, Marina Berio, Pradeep Dalal, Omar Gámez and Michael Mazzeo in conversation about contemporary innovative photographic work. Moderated by Allen Frame. This is a free event and open to the public. |
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COMUNICATO
Antonella Gandini Il Silenzio dell’Invisibile
Presentazione di Silvano Agosti
Inaugurazione: mercoledì 14 aprile ore 18
Periodo: dal 14 aprile al 15 maggio 2010
Orario: 17 – 20 dal martedì al sabato
Mercoledì 14 aprile alle ore 18 si inaugura a Roma, presso il Centro Luigi Di Sarro, la mostra personale di fotografia e video di Antonella Gandini.
Scrive Silvano Agosti: “Antonella Gandini con questo suo Silenzio dell’Invisibile sfida ogni logica e qualsiasi opprimente condizione esistenziale … aiuta a superare i confini del realismo e a entrare nel mondo irreale e magico che pulsa in ogni cosa”.
Antonella Gandini (1958) ,vive e lavora a Monzambano (Mantova).
Dopo aver frequentato i corsi di pittura e tecniche grafiche all'Accademia "G.B. Cignaroli" di Verona si è laureata in Filosofia con una tesi in Estetica, presso l’ateneo veronese. Dall’esperienza pittorica degli anni ottanta approda alla fotografia seguendo un percorso di ricerca sull'immagine che approfondisce ed esplora connessioni e strutture di linguaggio liminari tra pittura , fotografia e videoart ( è 1997 il primo video “Presenze “). Espone in mostre collettive e personali dal 1984. Nel 2009 ha presentato ai Tinelli di Palazzo Te a Mantova la mostra personale “Lunanera “ a cura di Lucio Pozzi
Presentazione di Silvano Agosti
Il silenzio dell’invisibile
Da sempre mi chiedo come si possa proporre di scoprire il meraviglioso mondo dell’invisibile, dato che nessuno, in questa nuova e malferma civiltà, ha neppure il tempo di accorgersi di ciò che è “visibile”. Antonella Gandini con questo suo Silenzio dell’Invisibile, sfida ogni logica e qualsiasi opprimente condizione esistenziale, di cui l’attuale società sembra essere fabbrica ideale: invita tutti, con grazia e prudente temerarietà, a incontrare, se non proprio l’invisibile, almeno “un modo diverso di vedere”. Così un fiore, attraverso uno sguardo vitale, diventa silenziosamente qualsiasi cosa. Ma qual è la nuova identità di un’immagine che fugge da una rappresentazione realistica e convenzionale? Con le sue opere Antonella ci dice che un’emozione non ha bisogno d’identità. Non si dà un nome o una qualifica al sentimento dell’essere e quindi l’Autrice a occhi colmi di squallide immagini televisive, automobili, orribili edilizie furtive, cartellonistiche politico pubblicitarie e soprattutto di volti pieni di disagio dei passanti, chiede ai loro sguardi di posarsi e riposarsi sulle magiche geometrie dell’ignoto visivo dei suoi quadri, proponendo un vero e proprio viaggio all’interno delle forme. Soprattutto Antonella Gandini aiuta a superare i confini del realismo e a entrare nel mondo irreale e magico che pulsa in ogni cosa. Ma perché ciò sia possibile le immagini bellissime create da questa sensibile Autrice vanno contemplate con sguardi d’amore, capaci di sciogliere ogni involucro realistico e raggiungere l’anima di ciò che ci appare di fronte. Date tempo a voi stessi di fronte a ogni immagine della Gandini e sentirete fluire in voi il tepore del mistero.
Silvano Agosti
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Come per le precedenti edizioni, la Biennale di Fotografia Postumia si prefigge di indagare gli aspetti più rilevanti del dibattito artistico contemporaneo, cercando autori che maggiormente si sono distinti per l’attenzione posta alla decodificazione della realtà, interessati ad individuarne le “zone d’ombra”, i mutamenti e gli incerti esiti, piuttosto che i percorsi più famigliari e accertati. Fra gli artisti che, in tempi non sospetti, si sono interessati a queste problematiche, si evidenzia Luigi Di Sarro di cui, in questa occasione, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Gazoldo degli Ippoliti propone uno spaccato storico significativo.
Antonella Gandini |
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ANGELO SAVARESE
vernissage: martedì 26 febbraio 2010 ore 18,00
dal 26 febbraio al 20 marzo
testo di Joselita Giuffrida
sponsor VAPRO s.r.l.
L’arte nella vita di Angelo Savarese è stata da sempre una pulsione prioritaria,direi una lotta nella sua vita tra quello che gli suggeriva di fare la logica di un lavoro tranquillo e la follia d’artista che pervade tutti quelli che nascono con questo “tocco di Dio”
Sì lo ripeto “tocco divino” quello degli artisti, non solo Arte pittorica, musica, teatro, fotografia, che lui ama, sono arte.
L’arte in Angelo Savarese cerca di emergere sin dalla giovane età, fanciullo cominciò a dipingere ispirandosi ai grandi artisti, questo gli è servito a “farsi la mano” come a volte si dice, come un andare a “bottega”.
Ci incuriosisce conoscere questo artista, cominciamo con il ricordare che Savarese è nato a Napoli e si trasferisce a Roma in fasce, ma sembra avere ereditato dalla sua città natale il profumo di tutto quello che la rende una città tra le più conosciute al mondo. Magiche ragioni rendono unica Napoli, sembra a volte che sia il suo folclore che la imprime nell’anima, ma è la carica di arte che esiste “involontaria” in questa città che la fa unica, l’arte in questa città si trova ovunque: l’accento, i colori, la magnifica arte teatrale che ci ha dato tra i più grandi il celebre EDUARDO, si solo Eduardo … tutti conoscono quello che, con la sua carica umana fusa all’esperienza di nobile artista teatrale, è stato il più grande interprete Pirandelliano.
Perché mi distanzio dalla Roma di Savarese? La Roma in cui ha vissuto?
Perché solo la genetica del nostro passato ci proietterà nel nostro futuro.
La storia, anche la nostra storia, può essere continuata, migliorata, cambiata, ma bisogna conoscere l’imprinting.
La Caput Mundi, da noi tutti amata dove l’arte è a ogni angolo ha certo infuso in Angelo Savarese quello che sta maturando nella sua arte, ma non dimentichiamo che la vita lo aveva forzato a scelte di studio differenti, ma lui ha il suo imprinting!
Sì il suo imprinting lo porta a lottare, trasformare quello che, se fosse stato un vinto, non avrebbe neanche pensato di fare!
Cosa fa Savarese? Mette a frutto tutte le sue emozioni , tutto ciò che incontra nel suo lavoro, perché la sua anima d’artista non può fare diversamente.
La sua esperienza di lavoro in Africa modifica la sua espressione artistica. Si libera dagli schemi geometrici, l’Africa con i suoi suoni, i suoi silenzi, i suoi bisogni, la sua dignità, maturano l’uomo Savarese, ma anche l’artista.
Maturando nelle sue opere si scorge uno sguardo surrealista: “un occhio che ci guarda” che ti guarda: impaurito, inorridito, “ti guarda…”
La sua pittura matura ancora e come volendo esprimere tutto il suo sentimento scrive sulle tele frasi di Pedro Salinas, scrittore spagnolo caro al suo cuore… una lunga storia racconta il bisogno di scrivere sulla propria opera … una storia antica e moderna, viene da dentro in ogni caso, sempre.
Savarese sta camminando, cercando dove la sua maturazione lo porterà… lo scoprirà da solo e quando lo scoprirà… vorrà scoprire ancora, continuare il suo viaggio dell’anima.
Penso esploderà in un’espressione per colori e musica, pensieri e profumi … tutto sarà sulle sue tele dove la “non figurazione” sarà la sua maturità artistica, il volo della sua arte sarà al di sopra di genere, tipi e movimenti artistici!
Il movimento deve essere solo quello che sentono dentro tutti quelli che vedono le sue opere e sente lui prima di loro.
Joselita Giuffrida
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Il Centro Luigi Di Sarro a Città del Capo
Il 3 febbraio 2010 l'ambasciatore Elio Menzione inaugura la mostra di Erik Chevalier "L'album di famiglia"
secondo passo del progetto di scambio fra Italia e Sud Africa con la Erdmann Contemporary |
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Visita i link a
"La Gazzetta del Sud Africa"
- link1
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Ambassador Introduction:
Erik Chevalier is an Italian artist with a strong international vocation and projection. Born in Rome, from a French father and a Danish mother, he has lived in Canada, Denmark and Ghana, and has studied Ethnography at Aarhus in Denmark and Photography and Visual Communication at the European Institute of Design in Rome. After a nomadic life, he has settled down and presently lives on the beautiful Island of Sardinia.
With such a background, it is not surprising that Erik Chevalier has chosen, for this exhibition of beautiful and intriguing photographs, the leading thread of a travel through different European countries, an itinerary which materializes in a hypothetical family album, made up by re-elaborating new and old photographs with various techniques. The final result is moving and sometimes ironic allusion to human condition and to the nomadic spirit which has deep roots in this artist’s personal experiences and view of life and which characterizes our time, a time of massive migrations, of constant and often dramatic uprooting, of exiles, of displacement of individuals, families and larger social groups.
I would like to thank Heidi Erdmann’s Photographers Gallery of South Africa for hosting this beautiful exhibition, which provides a valuable contribution to the thriving cultural life of Cape Town, a city in which I will have the privilege to spend the next weeks. My thanks also go to the Centro Luigi Di Sarro, which has promoted this South African adventure of an exhibition that started its life at Fotografia – Festival Internazionale di Roma of 2009; and to all of you, for attending this opening and for accompanying us in this travel, evocated by these highly suggestive and intriguing photographs. |
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Opening by Alessandra Atti Di Sarro
Buonasera. thank you very much for coming.
I'm very happy to be here, because this is a project that I strongly wanted. I and my husband, Claudio, have been in South Africa many times, starting more than ten years ago. We learnt to love this country and his people. That's why I tryed to do something to give back. Than when I met Heidi Erdmann, the idea of starting a swop project to promote south african art in Italy and italian art in South Africa was - how can I say? - the best way to say thank you for the emotions and the warmfull hospitality that you and your country gaved us. And I must thank the italian consul in cape town Emanuela Curnis, for helping and encouraging Heidi and me to go on in this adventure.
I and my family work in Rome to promote and document the contemporary art reserch with a no-profit cultural association witch is in name of Luigi Di Sarro, my uncle, physician and artist, who tragically died at 37 years old, 30 years ago, in a period of political turmoil. He works a lot, between science and art, and left us a lot of works. So we decided to follow his passion and transform his medical studio in a place where other artists can find a space to show and discuss. Step by step, we followed his traces, and... this is another trip, witch I hope could be a long and emotional way for all.
so today I'm really very proud to introduce you Erik Chevalier. |
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Opening by Erik Chevalier
I've always been fascinated by family albums in general, for what they say but especially for what they don't say. these pictures were taken in the countries that are important to my personal history but the triks they contain, the missing parts are about what they, as all family albums, don't say.
My personal family, as far as I'm concerned, starts in the spring of 1915 when my two grandfathers fougth the same battle on opposite fronts. It's considered one of the lowest points of history, the first time poison gas was used. it was fierce, cruel and immoral.
but the next generation set up family together and started another album....
I'de like to thank all the people who were involved for made this possible and expecially the italy's ambassador in south africa Elio Menzione for being here and for opening the show. |
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Web Cartolina |
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COMUNICATO STAMPA
The World Needs Us
Il mondo ha bisogno di noi
A cura di Heidi Erdmann
Opening con Heidi Erdmannn e gli artisti: giovedì 19 novembre ore 19
Dal 19 novembre al 19 dicembre 2009
Orario: 17 - 20 dal martedì al sabato e per appuntamento
Ingresso gratuito
The World Needs Us. Il mondo ha bisogno di noi è una mostra collettiva di artisti sudafricani: Norman O’Flynn, Nomusa Makhubu, Karlien de Villiers e Collen Maswanganyi. Sono quattro giovani artisti emergenti che vivono e lavorano tra Grahamstown, Cape Town e Johannesburg.
Noto per le sue ironiche pitture di grandi dimensioni e sculture, Norman O’Flynn ama interessarsi della condizione umana. Il linguaggio visuale che lo contraddistingue si rintraccia nelle tele riempite con gli eroi dei fumetti, i semi-dei e i pois tipici delle mucche.
Il lavoro di Nomusa Makhubu mette insieme le istanze di ciò che la circonda tra identità e storia. Usa infatti la sua stessa immagine nella maggior parte delle sue opere fotografiche.
Karlien de Villiers lavora esplorando le acque torbide del subconscio, ma non cerca spiegazioni né interpretazioni alle visioni create da sogni ed incubi.
I lavori di Collen Maswanganyi sono sculture in legno intagliate a mano e dipinte. Nei contenuti il suo lavoro rivela stereotipi ed idiosincrasie tipiche del Sudafrica.
Alcuni di questi artisti riflettono sulle questioni a loro immediatamente vicine, altri si cimentano con temi più complessi che riguardano la loro società.
Un’occasione dunque per confrontarsi con la giovane arte del più vivace paese dell’Africa, in cui i grandi successi ottenuti in termini di democrazia e multiculturalismo non nascondono alla sensibilità degli artisti le contraddizioni politiche e sociali ancora esistenti.
Il Centro Luigi Di Sarro continua a promuovere scambi internazionali, ospitando gli artisti sudafricani nell’ambito di un progetto di scambio culturale con la Erdmann Contemporary che avrà come seconda tappa, la mostra di un artista italiano, tra qualche mese, alla PhotographersGalleryZa di Cape Town, diretta da Heidi Erdmann, che ha anche selezionato gli artisti della mostra romana.
La collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma e le Università sudafricane di Grahamstown e Stellenbosh permetterà di realizzare alcune conferenze e workshop con docenti e studenti italiani di diverse discipline artistiche. Altrettanto si vuole organizzare con gli artisti italiani che saranno ospitati in Sudafrica.
Il progetto ha ottenuto i patrocini di: Ambasciata Sudafricana a Roma, Ambasciata Italiana a Pretoria, Consolato d’Italia a Città del Capo, Provincia di Roma-Assessorato alle Politiche Culturali, Accademia di Belle Arti di Roma
Sponsor: Alpitour World
The World Needs Us
Note della Curatrice
Si tratta del primo di una serie di scambi tra il Centro Luigi Di Sarroin Italia e Erdmann Contemporary in Sud Africa.
L'arte sudafricana è ben accolta in ambito internazionale. Queste iniziative possono stimolare ulteriormente questo interesse. Heidi Erdmann ha una lunga storia di collaborazione con artisti italiani in Sud Africa. Ha proposto mostre personali di Nicola Samori, Greta Frau, Laurina Paperina e Nicola Vinci.
La mostra The World Needs Us presenta le opere di Norman O’Flynn, Karlien de Villiers, Collen Maswanganyi e Nomusa Makhubu. Sono giovani, emergenti, ma già riconosciuti talenti. La loro arte commenta una varietà di temi tra cui l'identità, il potere, la corruzione, la storia, il colonialismo e le idiosincrasie stereotipate tipiche del Sud Africa.
Dice Erdmann: "Voglio mostrare le attuali tendenze dell'arte sudafricana. E voglio mostrare al contempo la varietà dei mezzi espressivi utilizzati, fotografia, scultura, pittura e installazioni artistiche. Spero così di offrire al pubblico romano una ricca percezione di quanto sia vitale l'attuale produzione artistica nel nostro paese. L'individualità di ciascuno di questi artisti è molto evidente nei loro lavori, ma nel complesso, presentati in una esposizione collettiva, il loro lavoro dà conto in maniera ampia della realtà sudafricana”.
Il titolo della mostra nasce dalla considerazione che il mondo ha bisogno dell'arte e in generale degli artisti. |
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Claudio Cortellessa, Berlino: ìl Muro, 1989 |
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“Siamo stati a Berlino…”
a cura di Claudio Cortellessa
inaugurazione: martedì 27 ottobre 2009 ore 18,00
dal 27 ottobre al 14 novembre
orario: 16,30 - 19,30 dal martedì al sabato
ingresso gratuito
Nell’ambito delle manifestazioni promosse dal Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione -, in occasione della ricorrenza del ventesimo anno della caduta del Muro di Berlino, il Centro Luigi Di Sarro presenta la mostra fotografica collettiva “Siamo stati a Berlino”, a cura di Claudio Cortellessa, in cui sette autori - Claudio Bellero (direttore della fotografia), Stefano Carofei (fotogiornalista), Erik Chevalier (pittore e fotografo), Claudio Cortellessa (fotogiornalista, regista, docente di fotografia), Claudio Farinelli (giornalista e tv-reporter), Fabio Fiorani (fotogiornalista), Antonello Nusca (fotogiornalista) - propongono un percorso fotografico di storia e di impressioni nel trascorrere del tempo, ognuno accompagnato dalle proprie esperienze e specificità professionali offrendo una visione dalle molteplici chiavi di lettura.
Un percorso anche tecnologico quindi, che Fabio Fiorani inizia mostrandoci l’ultima manifestazione per il Quarantennale della DDR, che prosegue nella “diretta” di Antonello
Nusca, a ridosso del Muro il fatidico 9 novembre del1989. Poi i percorsi quasi paralleli ma attratti da “segnali” diversi di Stefano Carofei e Claudio Cortellessa, arrivati dopo il ”fatto”, alla ricerca di tracce e di vita… Seguono nel tempo gli sviluppi: Claudio Bellero, che sorprende il cambiamento e l’evoluzione della quotidianità, e Claudio Farinelli affascinato dalle forme e suggestioni che la riunita e rinata Berlino offre a chi la guarda. Erik Chevalier e il suo casuale incontro con l’artista Jannis Kounellis, ci porta infine ad alcune simboliche riflessioni su l’inarrestabile sviluppo delle città e dell’omogeneizzazione che questo, sembra, inevitabilmente comporti.
Le immagini, realizzate dal 1988 al 2006, mostrano alcuni elementi propriamente storici e molte indicazioni, suggestioni sulla mutazione, lo sviluppo, e i cambiamenti nella vita di questa città tornata unita e nel cuore di tutti gli europei, per le sue caratteristiche di vitalità e accoglienza.
“Siamo stati a Berlino…”
Nota del curatore
Nel 1961 avevo sette anni e non ascoltai evidentemente la radio di Berlino Est che annunciava, con una dichiarazione dal testo contorto, la chiusura dei settori e il blocco di Berlino Ovest.
Ricordo invece, come lo può ricordare un bambino che cresce - in immagini un po’ sfocate della memoria e sgranate in quel bianco e nero della tv di allora e dei rotocalchi dell’epoca - riprese rubate di quella città lontana in ricostruzione: fanghiglia un po’ ovunque, un muro che separava una stessa città, “certi” Vopos che inseguivano, sparavano e a volte uccidevano persone che cercavano – in fotogrammi disperanti – di saltare quel muro…
Alcuni forse erano film… lo scambio delle spie, inseguimenti in vicoli bui, raffiche di mitra e il check-point Charlie che salvava, nel solito “arrivano i nostri”, i buoni americani di turno.
Era passato tanto tempo e tanta storia da allora, quando il 9 novembre del 1989, in un periodo di grande fermento nella vecchia URSS, da cui giungevano scricchiolii e smottamenti, così, quasi a sorpresa, quel muro in una notte cominciò a venir giù.
Prima fu un buco, ma in poche ore in quel monumento alla separazione e alla incomprensione si aprirono varchi sempre più ampi da cui transitarono – nei due sensi – folle festanti il cui sorriso e le lacrime di gioia e di dolore - perché certe sofferenze sono sempre nella tua mente e nei tuoi occhi - fecero sognare a tutti un mondo migliore: senza muri, senza confini, siano di cemento, di carta, o peggio nei pensieri.
Non ci furono dubbi su cosa avrei voluto vedere al più presto, se non immergermi, fosse anche solo per poche ore, in quella città che, nel bene e nel male, tanta importanza aveva avuto nelle vicende umane politiche economiche ma anche intellettuali ed artistiche della nostra Europa.
Il desiderio di cogliere, nel varcare quella maestosa porta – la Brandenburger Tor - divenuta simbolo di separazione, qualche segno della vita, delle persone - uomini, donne e bambini - delle case, del lavoro che mi permettesse, annusando l’aria di quel cielo così vasto, di capire forse qualcosa di come potesse essere stata la vita in quella Berlino per quasi trent’anni separata da se stessa.
Vent’anni fa la fotografia era ancora quella tradizionale analogica, la pellicola restituiva le uniche preziose matrici da cui ricavare positivi. Il digitale avrebbe atteso ancora per abbattere il “muro” dell’emulsione nata a fine Ottocento e tuttora efficiente, garantita e insuperata.
Allora lo sguardo attento dei fotografi valutava con attenzione ogni inquadratura, cogliendo in un attimo l’equilibrio delle forme ed i contenuti, il corretto rapporto fra tempo d’esposizione e diaframma, la messa a fuoco, per ottenere proprio quel risultato immaginato solo nella mente… Poi, per l’invio alle redazioni, telefoto o il famoso “fuori sacco”. Non erano tempi di view finder, autofocus selettivi, esposizione a zone computerizzate, potenti memory card, lap-top, modem e wireless, né di post-produzioni e photoshop…
Il risultato era nel bene o nel male sostanzialmente unico per quanto lo possa essere una fotografia.
Con il digitale si è aperta una nuova epoca della riproduzione e/o narrazione della realtà: un’infinita gamma di rappresentazioni offerte all’osservatore, a cui sempre più è richiesta una capacità d’interpretazione e decodifica delle immagini che si mostrano ai suoi occhi. (Claudio Cortellessa) |
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Senza titolo, 1974-75,
fotomontaggio cm 80 x 100 |
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Luigi Di Sarro: Fotomontaggi 1974-75
Inaugurazione: sabato 3 ottobre – Quinta Giornata del Contemporaneo
Dal 3 al 24 ottobre 2009
Catalogo: Edizioni Peccolo, Livorno
Dopo la retrospettiva livornese, il Centro di documentazione della ricerca artistica contemporanea Luigi Di Sarro e l’Archivio Luigi Di Sarro presentano, per la prima volta a Roma, una serie dei "Fotomontaggi" realizzati da Di Sarro tra il 1974-75.
Accompagna la mostra un catalogo delle Edizioni Peccolo, Livorno, edito in 4 lingue, con uno scritto di Flaminio Gualdoni.
Luigi Di Sarro medico e artista, docente nelle Accademie di Belle Arti di Macerata e Roma, scompare nel 1979 a meno di 40 anni ma, malgrado la brevità dell'arco dei lavori, la sua opera ha una profondità e una intensità stupefacente.
Sempre aperto ad ogni possibile sperimentazione, ad utilizzare inusuali accostamenti tecnici nella inarrestabile ricerca della sua personale impronta.
La pittura, la scultura come pure il disegno, la fotografia o la calcografia sono i campi e le tecniche artistiche in cui ha voluto cimentarsi e sperimentare.
Questa sua febbrile attività lo colloca oggi tra i protagonisti di quella giovane generazione artistica romana che, a cavallo degli anni '70, stava aprendo nuove ipotesi di concettualità attraverso l'utilizzo dei differenti media.
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Web Cartolina |
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Autore: Erik Chevalier
Titolo: “Viaggio & Viaggi”
Curatore: Claudio Cortellessa
Periodo: dal 4 al 26 giugno 2009
Inaugurazione: giovedì 4 giugno 2009 ore 18
Luogo:
Centro Luigi Di Sarro
Via Paolo Emilio 28
00192 Roma
Tel. 06 3243513
www.centroluigidisarro.it
info@centroluigidisarro.it
Nell’ambito di FotoGrafia-Festival Internazionale di Roma 2009 – VIII edizione, il Centro Luigi Di Sarro presenta la mostra di Erik Chevalier “Viaggio & Viaggi” a cura di Claudio Cortellessa.
Erik Chevalier è nato a Roma nel 1957. Dopo aver vissuto in Canada, in Danimarca e in Ghana compie i suoi studi di Etnografia all’Università di Aarhus in Denmark e di Fotografia e comunicazione visiva all’Istituto Europeo di Design di Roma), dal 1992 vive e lavora a Cagliari.
La sua ricerca fotografica densa di suggestioni scandaglia, non senza ironia, i sogni e le ansie dell'animo umano.
Scrive Claudio Cortellessa: “ …. viaggio geografico, sull’asfalto, nel cielo, rotaie d’acciaio, mari e maree, ma sempre un percorso del nostro sentire, della nostra memoria nel tempo e nello spazio che Erik Chevalier ritrova e ripercorre con l’affetto dei ricordi, vividi e sbiaditi, aggiungendo quel che nella vita ha incontrato …”.
La mostra si compone di una installazione di 12 foto a colori su plexiglas e di una serie di dittici tratte da un immaginario album di famiglia, realizzate tra il 1970 e il 2009. |
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Titolo: Notturno
Anno: 2007
Tecnica: acrilico, olio e collage su tela
Dimensioni: 130x150 cm |
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PAOLO BINI
a cura di Massimo Bignardi
ROMA, CENTRO LUIGI DI SARRO
26 marzo - 24 aprile 2009
COMUNICATO STAMPA
Giovedì 26 marzo alle ore 18,00 sarà inaugurata presso il Centro Luigi Di Sarro la mostra personale di Paolo Bini curata da Massimo Bignardi: in esposizione poco più di venti dipinti realizzati dal giovane artista campano in questo ultimo anno e, in parte, presentati nella personale allestita a Palazzo di San Galgano a Siena, nell’ambito della rassegna d’arte contemporanea promossa dalla facoltà di Lettere e Filosofia.
Questa mostra è l’occasione per fare il punto sull’ultimo anno di lavoro e di ricerca, cioè di messa a punto di un linguaggio pittorico che fonda sulla trasparenza, sulla dissolvenza definitiva dell’immagine, in virtù di un ritrovato interesse per la luce, intesa quale compagna di un intimo tempo di attesa..
“Il passaggio – scrive Bignardi nel testo di presentazione al catalogo pubblicato per l’occasione – non è stato facile, anzi lento, a volte sofferto, per il timore che si stavano definitivamente slacciando i fili di un legame con il valore della raffigurazione. Paolo Bini […] ha lavorato ininterrottamente in quest’ultimo anno spingendo la sua pittura a staccarsi da composizioni che trattenevano frammenti di immagini e di oggetti articolati in spazi a mo’ di scatole sceniche, per rivolgersi ad un dettato nel quale, se pur con brevi inflessioni di matrice gestuale, predomina l’emotiva essenzialità del colore. Va precisato che le prime, realizzate intorno al 2005 ed ancora sottoposte al ‘vincolo’ della figura, anche se avanzata quale impronta della sagoma o, se si vuole, dell’oggetto racchiuso nel suo contorno di forma, segnalavano una struttura lineare che impaginava, in brani sostanzialmente astratti, una sorta di diario intimo. Era, in fondo, un registro cifrato da un amorfo espressionismo che, solo per la traduzione mentale, ricordava la pittura intellettuale di Robert Motherwell, certamente non letto direttamente ma traslato dai cataloghi, come da alcune tardive declinazioni vive nella pittura italiana degli anni Novanta. Insomma Bini ha tentato, poco più di quattro anni fa, di dare un senso alla visione della realtà attraverso la memoria, impaginando i suoi segni-sagome in quelle ‘stanze’ che lui ama definire ‘memoria esterna’. In fondo, il suo interesse era rivolto alla resa di oggetti svuotati del ‘corpo’”
Oggi, prosegue Bignardi, la pittura di Paolo manifesta “un’inquietudine, propria di un’aurora, aurora – v’è l’obbligo di una tempestiva precisazione – che non è affrancamento ad un’immagine di uno stato d’animo nel quale l’artista riversa gli impasti di umori esistenziali, tanto meno metafora di un’epifania di luce percepita, bensì variante emotiva incuneata, cedendo alla metafora, tra la notte e il giorno, in pratica tra luci di realtà fra loro diverse implicando, quasi sempre, la memoria e la visione”.
Paolo Bini nasce a Battipaglia (SA) nel 1984. Nel 2007 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli in Scenografia. Divide la sua attività artistica tra la pittura e la progettazione scenografica e, in questo ambito, sono numerose le sue esperienze: nel 2007 è assistente dello scenografo Gerardo Viggiano al Cinespettacolo della Grancia in Brindisi di Montagna (PZ). Del 2004 è la sua prima personale presso lo Spazio Marini di Battipaglia (SA). Tra le recenti esposizioni si segnala la personale promossa dal FAI di Salerno del 2006, mentre nel 2007 è selezionato per la mostra itinerante “Talenti emergenti” nell’ambito del MUSAE-Museo Urbano Sperimentale Arte Emergente, nelle città di Visciano, Jesolo e Cagliari; sempre dello stesso anno è la presenza alla rassegna “Echi temporanei”, tenutasi al Fondo Regionale d’Arte Contemporanea di Baronissi. Nel 2008 prende parte a“Espressiva from expressionism”, galleria PositanoNewArt contemporary; nello stesso anno tiene due personali, la prima al Palazzo di San Galgano, promossa dalla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena e, successivamente, “Risonanze dell’immaginario” presso il Teatro Moderno di Grosseto. Di recente è stato invitato alla mostra “Persistenze sul confine dell’immagine. Ripensando ad Andrea Pazienza”, organizzata dal Museo Civico di San Severo (FG).
Nell’occasione sarà presentata la prima monografia dell’artista curata da Massimo Bignardi
Ufficio stampa & Comunicazione: Fiorina Zara e Centro Luigi Di Sarro
Centro Documentazione Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro, Via Paolo Emilio 28, Roma
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